SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Negli ultimi giorni se ne sono sentite di tutti i colori. Dalle prospettive tragiche dopo il pareggio con il Lussemburgo al “Po-po-po-po-po-po-poo” dopo la vittoria con l’Inghilterra, fino alla sconfitta contro il Costa Rica. Nel paese dei Commissari tecnici e dei giornalisti improvvisati si sono susseguite considerazioni di ogni tipo, spesso in controtendenza. Essendo la Nazionale una questione di cuore, è fisiologico; ma bisogna ritrovare le distanze e distinguere i problemi tecnico-tattici dalle critiche emotive.

IL LAVORO DI PRANDELLI ha lasciato molte perplessità. L’allenatore della Nazionale ha beneficiato dell’appoggio quasi incondizionato di stampa e tifosi, dal 2010 ad oggi. L’ex allenatore della Fiorentina si è presentato come il profeta di un nuovo tipo di calcio, al di là di esasperazioni e mourinhanismi vari. La prima Nazionale prandelliana si è subito distinta per una vocazione offensiva e la massiccia presenza di Oriundi, presentati come una preziosa novità. Cosa è rimasto?

Negli anni Prandelli ha convocato in azzurro diversi “stranieri” – da Amauri a Ledesma, da Osvaldo a Schelotto – ma ha dovuto smentire molte delle sue scelte, al punto che al mondiale sono arrivati solo T. Motta (osteggiato dai tifosi) e Paletta (bocciato dopo la figuraccia con l’Inghilterra).

Anche sul modulo la programmazione ha subito smottamenti. Per la sua prima uscita in Nazionale (contro la Costa D’Avorio) Prandelli scelse un 4-2-3-1 spregiudicato, con Pepe, Cassano e Balotelli alle spalle del brasiliano Amauri. Nel corso degli anni si è cambiato molto, però.

Dal 4-2-3-1 al 4-3-3, Prandelli ha provato un po’ di tutto, riuscendo a convincere solo col rombo a centrocampo. Anche per questo motivo il modulo principale è stato il 4-3-1-2, usato per il primo biennio rinnegato proprio alla vigilia di Euro 2012, quando (sull’onda dello scudetto juventino) si scelse un inedito 3-5-2 per affrontare Spagna e Croazia: due pareggi e ritorno al 4-3-1-2 contro l’Irlanda, con la vittoria decisiva nel girone e il successivo approdo in finale.

Al di là della forma dei singoli (che possono cambiare qualche scelta), quello che sorprende di Prandelli è proprio questa strana tendenza a cambiare modulo nell’immediata vigilia competizioni internazionali: il passaggio al 3-5-2 ad Euro2012, il 4-3-2-1 adottato prima della ConfederationsCup del 2013 e il varo al 4-1-4-1 a due settimane da Brasile2014. Un atteggiamento che molti hanno definito intelligente, per “un’Italia capace di cambiar pelle, senza dare punti di riferimento agli avversari”.

Il problema è che dopo ognuna di queste esperienze si è tornati – più o meno mestamente – al vecchio rombo, cosa che potrebbe avvenire anche nella prossima gara contro l’Uruguay. La (terribile) impressione è che questo feticismo camaleontico tolga punti di riferimento soprattutto ai giocatori, costretti a inventarsi in corso d’opera un’amalgama che altri preparano per anni.

Squadre come Germania Francia (per citarne due) hanno un modulo e un gioco ben definito, costruito negli anni, e una squadra adatta a sopperire ad assenze e defezioni. Nel corso di un ciclo possono cambiare i giocatori, ma il modulo (e il gioco) resta uguale. Anche (soprattutto) per questo, giovani come Griezmann e Goetze possono inserirsi senza traumi, e le assenze di giocatori come Ribery e Reus vengono sorbite senza cambi tattici esasperati.

Situazioni molto lontane dalla realtà italiana, dove per inserire Verratti si è dovuto rivoluzionare l’impianto tattico e l’assenza di De Sciglio (non esattamente Ribery) ha dovuto creare uno smottamento tattico che ci è quasi costato il pareggio con l’Inghilterra.

LE CONVOCAZIONI in tal senso sono state abbastanza contraddittorie. In difesa sono stati chiamati 3 terzini destri (De Sciglio, Abate, Darmian) e zero mancini, con Pasqual e (soprattutto) Criscito lasciati a casa nonostante un’ottima stagione. Prandelli si è giustificato evidenziando di non aver lasciato a casa “Cabrini o Paolo Maldini“, e che lo Zenit non ha fatto bene in Europa.

A questo punto c’è da chiedersi cosa ci faccia Abate, che non vale Cabrini ed è reduce da una stagione altalenante – solo 19 presenze in campionato nel peggior Milan degli ultimi anni.

La penuria di terzini mancini di ruolo ha portato molti problemi nelle prime due gare. Contro l’Inghilterra l’assenza di De Sciglio ha portato al dirottamento di Chiellini sulla fascia; in un ruolo non (più) suo lo juventino è stato penalizzato sia in fase offensiva (non ha esattamente piedi educati) che in fase difensiva, facendosi trovare colpevolmente in ritardo sulla diagonale in occasione del gol di Sturridge.

Problemi a sinistra ma anche al centro, perché senza Chiellini (l’unico centrale “di gamba” in rosa) la coppia centrale (specialmente Paletta) ha subito la velocità degli attaccanti inglesi, limitati dalle grandi parate di Sirigu e dal miracolo di Barzagli nel primo tempo.

L’importanza del terzino mancino si è sublimata nella sconfitta contro la Costa Rica, un naufragio dal punto di vista tattico. Contro l’Inghilterra il gioco a fisarmonica dei due esterni aveva funzionato bene, perché grazie all’inferiorità numerica degli inglesi a metà campo (4 attaccanti avanti e i soli Gerrard-Henderson in mezzo) l’Italia aveva trovato spazi e profondità; contro i costaricani – squadra alta e centrocampo folto – le difficoltà si sono presto evidenziate.

Destri sulla fascia sinistra, Darmian e Marchisio possono solo rientrare e appoggiare dietro, e il campo si stringe di 10 metri. Senza la profondità trovata con l’Inghilterra, e l’impossibilità di allargare adeguatamente il campo, l’Italia è andata presto in confusione. Pressati dai quattro centrocampisti avversari Pirlo e compagni sono stati costretti a tentare la via del lancio lungo. Bilancio: 11 fuorigioco e una sola occasione da gol, fallita da Balotelli.

L’attaccante del Milan – santificato dopo il gol con l’Inghilterra e crocefisso dopo la Costa Rica – ha avuto molti problemi: i centrali l’hanno marcato bene, e il gioco in profondità non è mai stato nelle sue corde (a tal proposito, Rossi e Destro sarebbero serviti come il pane).

Gli ingressi in corsa di Cerci e Insigne non hanno cambiato nulla, anzi. Il gioco dei due (un destro a sinistra e un mancino a destra) si basa soprattutto sui tagli verso il piede forte, e così la squadra – invece di cercare le vie laterali – si è andata ad intasare ancora di più verso il centro. Risultato: problemi offensivi per l’Italia e fase difensiva facilitata per la Costa Rica.

Al di là di questi imbarazzi tattici ciò che lascia interdetti è la scelta dei giocatori in base al modulo: Marchisio e Candreva (fondamentali per questo 4-1-4-1) non hanno riserve. Florenzi, un’alternativa tatticamente perfetta, è stato lasciato a casa; con l’uscita o l’infortunio di uno dei due, Prandelli sarebbe costretto a cambiare modulo.

Stesso problema nel caso di un potenziale 4-3-3 con Cerci e Insigne sugli esterni: basta un’assenza e salta tutto. Questa varietà, se da un lato garantisce l’uso di diversi moduli, rende quasi impossibile mantenerne uno che potrebbe funzionare.

LE CRITICHE di stampa e tifosi sono state molto emotive, e – proprio per la loro natura – non hanno mai centrato il segno. Dopo i gol di Insigne e Immobile contro la Fluminense (squadra brasiliana retrocessa in serie B) c’è sta un’accesa mobilitazione per vedere i due titolari, salvo il dietro-front dopo il 2-1 all’Inghilterra (firmato da Balotelli); ora si ritorna ad invocare Immobile e crocifiggere l’attaccante del Milan – il quale, strattonato tra esaltazioni e offese com’è, è un miracolo che non sia impazzito.

Stesso discorso per il modulo, “scandaloso” dopo il pareggio col Lussemburgo, geniale dopo la vittoria con l’Inghilterra, rinunciatario dopo la sconfitta col Costa Rica. Ora la Gazzetta dello Sport invoca il 3-5-2, dimenticandosi della campagna anti-difesa a tre dopo il pareggio con la Croazia (Euro2012) e dei magri risultati europei della Juventus – maggiore interprete del modulo.

L’ultima critica, la più ridicola, parla di unItalia in controtendenza, che cerca di fare il Tiqui Taca in un momento storico per niente favorevole, come dimostrato dall’eliminazione dell Spagna. Un’argomentazione assurda per una serie infinita di motivi, riassumibili in due semplici considerazioni.

1) Questa Spagna – con Diego Costa fisso in attacco – c’entra poco col Barcellona di Guardiola.

2) L’Italia non gioca col Tiqui taca. “Tiqui taca – come evidenziato da una lectio magistralis di Sconcerti durante il programma “Terzo Tempo” – significa fare una pressione altissima. La grande invenzione di Guardiola non fu passarsi il pallone (quello lo avevano già inventato gli scozzesi 150 anni prima e si chiama passing game). La grande invenzione di Guardiola fu un’altra: invece di fare pressing a centrocampo, fare pressing 25 metri più avanti; ha cominciato ad attaccare i difensori. E da lì, una volta recuperata palla, arrivare al gol con un palleggio al limite dell’area, finalizzato alla triangolazione per andare al tiro”. L’Italia fa questo tipo di gioco?

Allenatore apparentemente in confusione, squadra con limiti tecnico-tattici, atteggiamenti schizofrenici dell’ambiente circostante, avversario in forma: in vista dell’Uruguay, le premesse non sono le migliori (per usare un eufemismo). Tutto perduto? Forse, ma forse è meglio così. Del resto, l’Italia ha sempre dato il meglio quando è rimasta spalle al muro.

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