Quanti anni aveva quando ha iniziato questo lavoro? Per quanto tempo è andato in mare?

“Ho iniziato da piccolissimo. Avevo cinque anni quando iniziai a <<girare la ruota>> per confezionare le corde. Non conoscevamo pause né riposi. Le corde dovevano essere fabbricate in lunghezze notevoli, quindi il lavoro dei cordai avveniva in grandi spazi all’aperto. A sette anni iniziai ad andare in mare (durante la pausa estiva da scuola) con una barca a vela, quindi si pescava se c’era il vento, dato che la piccola imbarcazione era sprovvista di motore. Frequentai la scuola fino alla seconda elementare perché la mia mente viaggiava sempre per mari sconosciuti. Eravamo poveri e pensavamo a guadagnare i soldi per aiutare la famiglia.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, io ed i miei familiari, ci rifugiammo ad Acquaviva. Cessato il conflitto tornammo a San Benedetto ed andai nuovamente in mare, per un paio di mesi, con la barca a vela. Dopo questa parentesi, tornai a fare il funaio e nel 1946 tornai a lavorare in mare, ma con la prima barca a vela dotata di motore. Andammo nella zona di Termoli ad esercitare la pesca, avevo solo undici anni! Restammo lì per quaranta giorni, tempo utile per mettere da parte qualche soldo per portare alle famiglie. A tredici anni andai a lavorare, per nove mesi, nel motopeschereccio <<Aprilia>>, ma senza retribuzione, dato che i miei titolari sostenevano che <<dovevo fare esperienza>>: insomma la famosa gavetta! Trascorso il tempo dell’apprendistato andai a lavorare nel <<Nuovo fiore>> per recuperare le munizioni, una sorta di bonifica del mare dagli ordigni bellici che, vennero lanciati dagli aerei durante la seconda guerra mondiale. Questo lavoro consentiva di guadagnare di più, rispetto alla vendita del pescato, ma furono due anni e mezzo in cui il pericolo era il nostro miglior alleato. Operammo in diverse aree pugliesi. Terminata questa attività m’imbarcai sul motopesca <<Trieste L>> ed andammo a lavorare nella zona di Lampedusa. Avevo diciassette anni e facevamo turni di lavoro estenuanti, senza mangiare né dormire per giorni interi. Se ti fermavi, correvi il rischio di addormentarti in piedi. Riuscii a tornare a casa solo dopo sei mesi per un riposo di cinque giorni. Prestai servizio in vari pescherecci ed in varie zona del Mediterraneo e negli ultimi anni di lavoro in mare, mi avvicinai alla mia famiglia, comprando una piccola imbarcazione di legno, assieme ad un mio amico, praticando la pesca in Adriatico.

Terminai definitivamente la mia vita lavorativa nel 1988. Il destino spesso gioca brutti scherzi e smisi di lavorare, dopo una carriera in mare di quarantacinque anni, perché iniziai ad avere paura del mare, date tutte le disavventure che subii nel corso del tempo”.

 Come mai ha scelto di fare questo mestiere?

Perché a San Benedetto non c’erano altri sbocchi professionali e poi era una tradizione di famiglia, quindi io l’ho continuata”.

Qual’era il suo ruolo all’interno nell’equipaggio?

“Mi alternai nelle mansioni. Per tanti anni ho fatto il capo-pesca, poi il nostromo (cioè avevo il compito di coperta) e negli ultimi anni avevo il ruolo di capitano”.

Quali sono la cosa più bella e la più brutta che le sono capitate?

“Quando vivi tra cielo e mare con tutte le intemperie, la massima soddisfazione è data da una pesca abbondante e redditizia.

La cosa brutta è rappresentata dal pericolo scampato, in cui ci siamo imbattuti presso l’isola delle Gualitè. Quando tirammo su le reti trovammo una mina assieme al pescato. Io e gli altri membri dell’equipaggio eravamo titubanti sul da farsi, perché qualsiasi decisione poteva essere pericolosa per la nostra incolumità. Mi passò davanti tutta la mia vita, come in un film. Vincemmo la paura, dopo attimi di sconforto e rigettammo l’ordigno in mare”.

E’ cambiata la pesca negli ultimi anni? E’ aumentata o diminuita?

“La pesca è rimasta invariata, ma il ricavato è diminuito a causa del caro- gasolio e delle altre spese che un’imbarcazione deve affrontare per andare in mare”.

Ci sono molti pescatori? Ed i pescherecci?

“Le imbarcazioni sono diminuite a vista d’occhio, così come i pescatori locali. I pescatori sambenedettesi sono come le mosche bianche”.

La tecnologia ha migliorato la qualità del lavoro?

“Le nuove tecnologie hanno migliorato tantissimo le condizioni di vita sui motopescherecci, ma le istituzioni non incentivano questo lavoro”.

Consiglierebbe la vita del pescatore alle nuove generazioni?

“Come stile di vita si, ma purtroppo i guadagni non permettono di stare bene economicamente”.

Ora che è in pensione, come trascorre le giornate? Le manca il lavoro in mare?

“Certo che mi manca la vita in mare! Ora mi godo la vita libera e spensierata. Passeggio con i miei amici, vado al circolo culturale ricreativo <<Mare Bunazz>>”.

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