Dal numero 992 di Riviera Oggi, da sabato in edicola.

All’impegnativo tentativo di insegnare al Movimento Cinque Stelle come si reagisce ad una sconfitta, qualcuno magari dovrebbe bilanciare l’indispensabile necessità di imparare a quelli del Pd la gestione di un trionfo. Il 41% non è roba da tutti i giorni. Anzi, per la sinistra è come uno scudetto conquistato dal Verona. Giustificata quindi la festa, comprensibili gli sfottò, le rivendicazioni. Peccato solo che al party partecipi il mondo intero, la totalità di un partito che, al contrario, a Matteo Renzi ha creato non pochi patemi.

Alle primarie del 2012, quelle contro Pierluigi Bersani per intenderci, il rottamatore veniva considerato un infiltrato, un impostore. Basterebbe rispolverare qualche prima pagina de “L’Unità” o di “Repubblica” per venire incontro agli smemorati. Gli stessi giornali che oggi incensano, lodano, acclamano.

A San Benedetto il carro è stracolmo, non come diciotto mesi fa. All’epoca Renzi proprio non andava giù: il suo culto della personalità, le pose ammiccanti per i settimanali berlusconiani, i trascorsi a “La ruota della fortuna”, l’idea che riscuotesse simpatie pure tra i delusi di centrodestra. No, non era concepibile. Troppo consenso corrispondeva all’annullamento di un’identità, che andava difesa, tutelata, anche a discapito del successo. Per questo motivo si tentò disperatamente di restringere i partecipanti, di filtrare l’affluenza. Venne respinta al seggio persino una come Margherita Hack, ve lo ricordate?

Fino alla conversione globale, obbligata dal disastro delle Politiche di un anno fa. “Con Renzi, il Pd ha realizzato l’utopia di veltroniana memoria: dare all’Italia un partito a vocazione maggioritaria, riformista ed europeo. Grazie agli italiani e a Matteo il sogno si è avverato”. Parola di Margherita Sorge, una che sostenne Franceschini contro Bersani nel 2009, Bersani contro Renzi nel 2012 e Renzi contro Cuperlo la scorsa Immacolata. D’accordo con lei una miriade di sindaci e parlamentari piceni, folgorati sulla via di Damasco. Inutile fare i nomi, li conoscete già.

Ma il recordman rimane lui, Giovanni Gaspari. Il primo cittadino è riuscito a trasformare il capolavoro del 25 maggio in un referendum cittadino: “A livello nazionale Pd al 40,8%. A San Benedetto al 41,75%”. Dimenticando l’affluenza choc al 56,5%, che gli alleati di coalizione hanno raccolto percentuali da prefisso telefonico e che il suo partito, nella circoscrizione centrale, è arrivato persino al 46 e 58.

Prima dell’infatuazione a scoppio ritardato, Gaspari aveva snobbato Renzi, almeno quanto il premier avesse fatto con lui. Mai approdato in Riviera in campagna elettorale, preferì Ascoli, dove ad accoglierlo trovò Guido Castelli, di area pidiellina. L’antipatia per l’amministratore fiorentino veniva tranquillamente spiattellata su Twitter, storico tallone d’achille gaspariano: “Non se ne può più”, “Smisurata ambizione”.

L’amore era tutto per Bersani: “Uno parla all’Italia, ha un’esperienza maturata, dimostrata sia da Ministro che da presidente della Regione. Dall’altra parte assistiamo ad un generico nuovismo, senza entrare nel merito delle questioni”. Quelli che… renziani da sempre.

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