di Antonella Roncarolo

Era il 1954 e un prete, Don Lorenzo Milani, venne trasferito, a causa di incomprensioni e screzi con la Curia, da Firenze a Barbiana, un piccolo paese sull’Appennino, minuscola e sperduta frazione di montagna nel comune di Vicchio, in Mugello.
Sessant’anni dopo, Papa Francesco di fronte a trecentomila studenti in Piazza San Pietro, sorprendendo i numerosi prelati presenti, omaggia il maestro che aveva sognato di cambiare la scuola: “Se uno ha imparato a imparare, è questo il segreto, gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: Don Lorenzo Milani”.

Se fosse ancora qui, avrebbe appena compiuto novant’anni, don Milani, invece, fedele al detto del greco Menandro “muore giovane chi è caro agli dei” è morto a quarantaquattro anni ed ora riposa vicino alla sua scuola in abito talare e con gli scarponi da montagna ai piedi.

Un visionario, un uomo contro il sistema scolastico e il metodo didattico che favoriva l’istruzione delle classi più ricche, lasciando la piaga dell’analfabetismo in gran parte del paese.

La “Lettera a una professoressa” fu scritta negli anni della malattia di don Milani dai suoi studenti e pubblicata dopo la sua morte è diventata una delle bandiere del movimento studentesco del 1968.

Fu Don Milani ad adottare il motto “I care”, letteralmente mi importa, mi interessa, ho a cuore (in dichiarata contrapposizione al “Me ne frego” fascista), che sarà in seguito fatto proprio da numerose organizzazioni religiose e politiche. Questa frase scritta su un cartello all’ingresso riassumeva le finalità educative di una scuola orientata alla presa di coscienza civile e sociale.

Per il suo scritto “L’obbedienza non è più una virtù”, e per affermazioni come “Io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi” venne incluso nel novero dei cosiddetti preti rossi, definizione spesso denigratoria, attribuita allora a un prete scomodo, che al contrario si era sempre opposto con i suoi scritti e con le sue parole a qualsiasi tipo di dittatura e di totalitarismo, incluso il Comunismo.

In seguito a un suo scritto in difesa dell’obiezione di coscienza, dove ancora una volta si distaccava dall’insegnamento e dalla tradizione cattolica, venne processato per apologia di reato e assolto in primo grado, ma morì prima che fosse emessa la sentenza di appello.

Quando arrivò sul Mugello in punizione, lassù non c’era nemmeno la strada, non c’erano acqua né luce. Un uomo, un prete, ha trasformato quel luogo in una lezione. La scuola di Barbiana era già di per sé, più che una proposta, una risposta.

Nei giorni difficili che sta attraversando il nostro paese, immersa in una società che ha smarrito il progetto di uomo e cittadino, mi chiedo se la “Lettera” di Don Milani sia ancora valida. Riapro quelle pagine che sono state importanti per la mia scelta di insegnante e non trovo una parola sbagliata o inattuale. Ma i miei studenti conoscono o sono interessati alla figura di Don Milani?

No, quasi nessuno, mi rispondo.

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