MARTINSICURO – “In Corea del Nord le vacanze più pericolose al mondo” oppure “In Corea del Nord senza telefoni e computer ma con due guide che ti seguono ovunque” sono solo alcuni dei risultati di google se si cerca “vacanze in Corea del Nord”. Ma questo non ha evidentemente spaventato Andrea De Carolis, web designer  martinsicurese che da alcuni anni vive e lavora a Bologna. Di sicuro non aver chiamato nè scritto per diversi giorni avrà messo in apprensione i familiari, specie suo fratello Alain, oramai famoso blogger che da anni vive a New York. Ma tenersi in stretto contatto con l’estero in quella nazione è davvero impossibile anche per un turista. Soprattutto per un turista.

“Il mistero che avvolge questi regimi totalitari – dice Andrea De Carolis – mi ha sempre affascinato. Non perchè li condivida, sia chiaro, ma per il semplice fatto che volevo toccare con mano la situazione in questi Paesi. Così, dopo un soggiorno in Australia, sono arrivato in Cina e da lì in Corea del Nord, dove sono rimasto per 8 giorni, dal 12 al 20 di aprile”.

Un viaggio all inclusive da Pechino a Pyongyang al costo di 2500 euro. Organizzano tutto i coreani: visto turistico di gruppo, volo andata e ritorno, vitto e alloggio e visite guidate.

“Io ero l’unico italiano del gruppo – racconta Andrea – con me c’era Gavin, un ragazzo canadese che fa lo steward per una compagnia aerea, un norvegese che lavora nell’Information Technology, due ventenni spagnoli e un uomo, sempre spagnolo, che viaggia spesso in Corea per affari”.

“Appena scendi dall’aereo – continua De Carolis – il tuo telefono smette di funzionare, vieni accolto da alcune guide che praticamente saranno sempre con te per tutto il tuo soggiorno. Una delle nostre era uno spagnolo, Alejandro, che è stato naturalizzato coreano, unico caso per quella nazione. Alejandro è anche un ufficiale dell’esercito con importanti incarichi e subito ci ha spiegato che ufficialmente loro sono ancora in guerra, pertanto i turisti sono potenzialmente spie e non si potrà girare per il Paese se non accompagnati dalle guide. Se si possono fare le foto? Certo, basta seguire alcune regole: ad esempio se si fotografa  una statua del leader, bisogna prenderla per intero senza tagliarla, oppure i militari non si possono fotografare in primo piano, ma solo inseriti all’interno di un contesto. Qui le strade non hanno nome, così come i palazzi, pertanto è impossibile per un visitatore capire se in quella strada ci possa essere o meno una sede militare, inoltre il pulmino fa dei giri strani per disorientarti quando ti sposti, allungando il percorso, e chiaramente non esistono mappe delle città”.

La prima cosa che ti colpisce di Pyongyang? Sicuramente la normalità. Uno si aspetta qualcosa di surreale invece è una città normalissima con il traffico, la metropolitana, i grattacieli. Gran parte delle informazioni che ci arrivano in Occidente sono false e distorte come la storia dello zio di Kim Jong-un sbranato dai cani, o la leggenda degli studenti obbligati a tagliarsi i capelli come il leader. Una cosa però è vera e reale: la gente qui non ha assolutamente idea di cosa succede al di fuori dei confini nazionali. Ho chiesto ad una delle guide di dirmi qualcosa sull’Italia, mi ha risposto che è una penisola come la Corea, che siamo bravi a calcio anche se ci hanno battuto nel 1966. Un’altra cosa che ti colpisce è l’assenza di pubblicità. Per strada non ci sono cartelloni o insegne pubblicitarie ma solo immagini della propaganda”.

“Ero venuto qui con l’idea di organizzare un workshop di web design per gli studenti coreani, ma non è stato possibile, internet praticamente non esiste, o meglio lo possono utilizzare solo gli ufficiali dell’esercito. Qui più hai un ruolo militare importante più hai accesso alle comodità, come internet, auto propria, telefoni ed altri comfort. E appena ti allontani dalla capitale la povertà del popolo diventa molto più evidente”.

“E proprio l’aver immortalato una scena emblematica della povertà, appena fuori da Pyongyang, stava per mettere in guai seri Gavin, lo steward canadese. In pratica aveva fotografato un bambino, dall’aspetto molto trasandato, mentre trascinava un carretto con della legna. Una sera in hotel stavamo guardando le foto insieme alla barista e la sua attenzione si focalizzò proprio su questa foto. Incredibilmente, il giorno seguente arrivò in hotel Alejandro che prese subito in disparte Gavin chiedendo di vedere le foto che aveva scattato. Il suo atteggiamento da amichevole e cordiale diventò subito scontroso e minaccioso e disse a Gavin che a breve avrebbe dovuto firmare un contratto con il Ministero in cui si impegnava a non divulgare quelle foto, pena un maxi risarcimento di 213 mila dollari. Il canadese disse con tono duro ad Alejandro che non avrebbe mai firmato quel contratto e che volendo si poteva tenere tutta l’attrezzatura. Gavin, per precauzione, fece un backup di tutte le foto in una memory card e me la diede in custodia, chiedendomi di conservarla fino a Pechino. Accettai tranquillamente.”

“Quando tutto sembrava passato, il giorno della partenza arrivò di nuovo Alejandro, ma questa volta con il contratto in mano, e ordinò a Gavin di firmarlo, pena il trasferimento per 6 mesi e più al “campo” (i campi di prigionia coreana, dove vengono confinati tutti gli avversari del regime e dove sono costretti a subire le torture più atroci secondo un recente rapporto dell’Onu che ha accusato Pyongyang di violazione dei diritti umani, ndr). Il giovane steward, con mio grande stupore, riuscì a mantenere una calma incredibile e rifiutò nuovamente di firmare. A quel punto, Alejandro rinunciò, ma prese l’hard disk del suo portatile e tutte le memory card prima di autorizzare il nostro trasferimento all’aeroporto per il rientro a Pechino. Al rientro, Gavin mi fece una confessione che mi lasciò di sasso: in realtà lui non era uno steward, ma un fotoreporter, molto famoso in Canada, che era venuto in Korea per fare un reportage fotografico ed io in questa storia avevo fatto da mulo, trasportando le sue foto fuori dai confini e rischiando davvero grosso!”

“Cosa mi rimane di questa esperienza? Capisci davvero cosa vuol dire la parola libertà: la libertà di informarti, di scegliere cosa fare della tua vita etc. Quando sei li non vedi l’ora di tornare a casa, anche se la tua casa si trova in Italia!”

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