Dal numero 989 di Riviera Oggi, in edicola.

La ripetizione dell’assise incriminata; il ‘buffetto’ da parte del Ministero dell’Interno che ha scongiurato lo scioglimento del Consiglio Comunale; la reazione orgogliosa del Pd, pari solo alla decisa reazione del centrodestra. La storia la conosciamo, per settimane non s’è scritto d’altro. Ma se l’affaire dell’equilibrio e l’assestamento di Bilancio 2013 finirà negli archivi attraverso la riapprovazione della delibera, la questione politica rimarrà impressa su carta.

E’ il gioco delle parti, ne abbiamo già discusso. Quello che dici oggi potresti non ripeterlo domani. O meglio, potresti attivare l’atteggiamento opposto.

Più volte è stato rispolverato il caso delle elezioni Regionali del Lazio del 2010, come termine di paragone. La lista del Popolo della Libertà a sostegno di Renata Polverini venne esclusa dalla gara, in quanto presentata fuori tempo massimo. Trenta minuti di sforamento, per qualcuno quarantacinque. Si vociferò che il delegato dei berlusconiani stesse al bar a mangiare un panino. Una tesi alla quale venne affiancata l’accusa – sempre smentita dal diretto interessato – di voler sostituire all’ultimo momento un nome non troppo gradito.

I motivi dell’accostamento tra le due vicende sono di facile intuizione: il ritardo. A San Benedetto i minuti contestati per la convocazione della seconda seduta del consesso si sono allungati a sessantacinque, con le analogie che si accumulano sino a diventare un lungo elenco, su cui il concetto delle parti invertite la fa da padrone. Le regole sono regole? Mica tanto.

Si parte dal Tar, allora del Lazio, che respinse il ricorso del Pdl, confermando la mancata partecipazione alla competizione elettorale. Sempre il centrodestra, inviperito, prima tentò di ripresentare la lista, poi si appellò a Giorgio Napolitano, affinché intervenisse per impedire che andasse in scena una corsa azzoppata. “Sono convinta che si tratti solo di un fatto burocratico”, affermò la Polverini. “La burocrazia non uccida la democrazia”.

“Trovo stupefacente che ci si rivolga al Presidente della Repubblica non per difendere un diritto, ma per cercare di coprire un abuso”, le replicò il presidente della provincia di Roma in quota Pd, Nicola Zingaretti. “Se un povero Cristo compie degli atti in ritardo rispetto a quanto previsto dalla legge, ne paga tutte le conseguenze. Non si capisce perché lo stesso non debba valere per chi, colpevolmente, presenta in ritardo una lista”.

Lo seguì a ruota Enrico Letta, futuro premier, che sbranò Berlusconi con l’ironia: “Ora c’è da chiedersi se verrà convocato dal Cavaliere un Consiglio dei Ministri urgente per fare un decreto legge che abolisca il Tar”. E sempre i democratici minacciarono un’ennesima contestazione al Tribunale Amministrativo, qualora il Pdl fosse stato riammesso.

Brividi e sorrisi. Rigorosamente amari. Perché in Riviera, a quattro anni di distanza a mettere in discussione l’operato del Tar sarebbe stato proprio il sindaco Gaspari, che nel frattempo s’era recato al Viminale (e non al Quirinale) per ottenere pronunciamenti favorevoli. Per non parlare del rigore mostrato in termini di orari da Zingaretti e del nuovo ricorso promesso dal Pdl, stavolta sambenedettese, pronto ad impugnare la delibera bis che uscirà dall’assise riparatoria.

Tutto e il contrario di tutto. Così come quando a nascondersi dietro al “semplice errore formale” è il processato, intento a difendersi dall’inquisitore. Pd o Pdl, non fa differenza.

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