Fare lo Storico è il suo mestiere?
“No, è una passione. Ora sono in pensione e prima ero impiegato all’ospedale. Vedetela così: molti sono tifosi della Samb, io sono tifoso della Storia”.

Come nasce questa passione?

“Nasce in seguito alla richiesta che mi fece il parroco del Paese Alto, don Francesco Traini: recuperare le informazioni dell’archivio parrocchiale, informazioni che erano state perse in seguito al bombardamento che colpì la nostra città il 27 novembre del 1943. Pensate che quel bombardamento provocò la fuga di tantissimi sambenedettesi da San Benedetto, erano circa 4 mila gli sfollati ad Acquaviva. Nel fare queste ricerche per il parroco scoprii che moltissimi sambenedettesi non erano originari delle nostre parti. A quei tempi avevo 20 anni, mi appassionai a questa ricerca e iniziai a studiare i documenti dell’archivio comulae, dove ho trovato tante informazioni su nati, morti, emigrati, matrimoni”.

Cosa è un archivio?

“Gli archivi sono raccolte di documenti. Tutte le attività di un comune o di una ditta o associaizione sono conservate e costituiscono l’archivio. L’archivio contiene dati preziosi, danneggiandolo scompare la memoria di un paese,come per esempio è accaduto ad Acquaviva. Nel 1799 il brigante Sciabolone distrusse l’archivio di Acquaviva e per questo motivo non si sa nulla di cosa accadde lì prima di quella data. La ricerca fatta tramite gli archivi si chiama Archivistica”.

Come è cambiata, con il passare degli anni, la nostra città?

“Grazie alle mie ricerche sono riuscito a ricostruire la storia di San Benedetto. Pensate che una volta il mare arrivava fino a dove ora vedete la nazionale, poi una serie di alluvioni cambiò il paesaggio. Non esistevano né ponti, né ruote, era difficile spostarsi da un luogo all’altro e il comune nel 1600 decise di costruire una chiesa sulla costa: la chiesa della Madonna della Marina, cui erano e sono devoti tutti i pescatori. Quasi tutta la campagna era incolta ed erano molto diffusi il brigantaggio e la pirateria, così si aveva paura ad andare a vivere sulla costa, si rimaneva in collina, dove si era più protetti. Pian piano la gente iniziò a spostarsi verso il mare e a coltivare la terra.
Quando ero piccolo io si facevano bagni al mare dove ora sta la pista d pattinaggio, poi la guerra ha distrutto il porto, che poi si è riempito di sabbia e, nel 1945, si è sviluppata la spiaggia, a sud di San Benedetto. C’era un solo stabilimento balneare, l’attuale hotel Camiscioni”.

Ci racconta la storia della nostra scuola?

“La struttura della scuola Moretti penso che sia la migliore in tutta la provincia. La trovo bellissima, ma devo confessarvi che la ho utilizzata anche come bagno, da bambino…
Inizialmente questa zona era un’area agricola, tranne pochissime case dove vivevano dei contadini: due Voltattorni, detti Bì e Filò, e un Cipolloni, detto Cipollò. Queste terre erano state acquistate da un ascolano e il fosso era utilizzato dai funai, che avevano costruito dei sentieri per filare. Poi, verso la fine degli anni ’30, l’impresa Pazzaglia iniziò a costruire la scuola, facendo delle buche profonde, che chiamavamo ‘fondazioni’. Poi scoppiò la guerra e i lavori si fermarono, così la vostra scuola diventò, per noi ragazzini del tempo, il posto più bello del mondo. Il luogo dove andare a divertirsi, una costruzione abbandonata dove si giocava a nascondino e si faceva la guerra con le spade di legno. I bambini dei vari quartieri si sfidavano a suon di botte in testa e praticamente tutti abbiamo ancora le cicatrici delle botte che si prendevano giocando. I quartieri che si sfidavano erano: quello del fosso, dei pajarò di via Laberinto, i monterò di piazza Battista e i sudentrini, del paese alto.
Quando giocavamo capitava spesso che ci si spostava al piano di sotto, per fare i bisogni. Era una pratica comune anche per i funai, che spesso venivano a ripararsi qui.
Una volta finita la guerra, molti profughi vennero accolti in questa scuola e il piano terra divenne un ricovero per i senza tetto.
Poi ripresero i lavori e, per accogliere i profughi, fu costruita la palestra”.

La aiuta o aiutava qualcuno nelle sue attività di ricerca?

“Sì, avevo dei validissimi collaboratori: Ugo Marinangeli, Nicola Romani e Alberto Silvestro, purtroppo tutti e tre scomparsi recentemente. Ora mi aiuta Giuseppe Merlini, che dirige l’archivio Bice Piacentini. Vi invito ad andarlo a trovare e a visitare quell’archivio, ne vale la pena ”.

Quale è la sua scoperta che ritiene più importante?

“Una che riguarda la mia famiglia: il fatto che noi Cavezzi proveniamo da Corfù”.

La sua ultima scoperta?

“Facendo delle ricerche nell’archivio di Teramo, ho scoperto che il cognome sambenedettese Marchigiani è di origine “sclavone”. Il nonno della persona che me lo ha richiesto glielo diceva sempre ed io, con le mie ricerche, gli ho dato la prova che è proprio così”.

Ha mai incontrato delle difficoltà nel fare le sue ricerche?
“Sì, in particolare gli archivi parrocchiali sono molto difficili da consultare.
Dobbiamo ricordarci però che moltissime ricerche possono essere svolte utilizzando un tipo di fonte molto importante: quella orale. Ora sto facendo una ricerca sui giornali antichi e sui racconti dei naufraghi. Sono informazioni preziosissime che solo attraverso la memoria orale possono essere tramandate”

Ci racconta un aneddoto divertente?
“Quando, a venti anni, mi recavo spesso in comune per fare la ricerca per conto di don Francesco Traini, passavo sempre davanti alle carceri. Ai tempi il comune era in piazza Battisti e , passando lì, si veniva sempre chiamati dai carcerati, i quali fermavano i passanti per mandare messaggi ai familiari o per chiedere favori.
Poi racconto spesso un aneddoto divertente, che riguarda la scoperta degli scampi. Non mi riguarda in prima persona ma riguarda la nostra marineria. Un giorno un capitano era ubriaco e, quando i marinai del suo equipaggio gli chiedevano se era il momento di gettare le reti, lui diceva sempre di no. Era ancora ubriaco e non aveva voglia. Accadde così che gettarono le reti quasi dall’altra sponda della costa e così pescarono quelle che definirono della panocchie favolose: gli scampi. Per questo in sambenedettese gli scampi sono detti ‘panocchie a tre casche’, perchè furono pescati dopo aver gettato per tre volte le reti a mare”.

Il servizio è stato realizzato dagli alunni della classe quinta A del plesso Moretti (Isc Nord di San Benedetto del Tronto) durante il corso di giornalismo “Piccoli Reporter”, progetto sponsorizzato da Piceno Gas Vendita.

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