SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Giovanni Gaspari ricorrerà al Consiglio di Stato. Lo farà a prescindere dal responso che giungerà dal Ministero dell’Interno a proposito del Consiglio Comunale del 30 novembre 2013, ritenuto illegittimo dal Tar.

La decisione è stata resa nota nel corso dell’Unione del Pd svoltasi lunedì sera. Qui il primo cittadino si è mostrato orientato a rispolverare un’ipotesi inizialmente accantonata, forse allarmato dagli avvertimenti giunti dal Popolo della Libertà, deciso ad impugnare l’eventuale delibera fuoriuscita da una nuova assise su cui penderebbe una sentenza negativa del Tribunale Amministrativo.

Con la notifica del pronunciamento, il centrodestra obbliga la giunta Gaspari a ricorrere in appello non oltre i sessanta giorni. Passati i due mesi, il verdetto passerebbe in giudicato e l’ente rimarrebbe a quel punto appeso ad un possibile parere positivo del Viminale, che tuttavia equivarrebbe ad un suggerimento (seppur autorevole) e non ad un’ordinanza effettiva.

Il Pdl fa notare il ritardo della risposta del Ministero, ammonendo a sua volta Gaspari, colpevole di non aver dato seguito ad un atto considerato dovuto: “Il ricorso al Consiglio di Stato andava fatto subito – denuncia Andrea Assenti – addirittura prima di recarsi a Roma. Sono passate quasi due settimane dalla sentenza del Tar, l’atteggiamento del sindaco è anomalo”.

In questo modo, Gaspari eviterà di bissare l’atteggiamento adottato in occasione del caso relativo al distributore di benzina. Il 9 gennaio, sempre il Tar invalidò la delibera sul progetto della pompa low-cost approvata dal Consiglio Comunale il 26 novembre 2012. Il sindaco giudicò la conclusione del procedimento “incomprensibile”, negando però l’opportunità di ribaltare l’esito al secondo grado di giustizia.

Stavolta andrà diversamente, con il numero uno di Viale de Gasperi che avrebbe comunque difeso l’operato degli Uffici e dell’amministrazione, ricordando al contempo come quello sambenedettese sia un Comune virtuoso sotto il profilo dei conti.

Per il sindaco, il caos di quei giorni sarebbe esclusivamente figlio della confusione generata dal governo centrale. La forzatura del regolamento comunale sarebbe stata pertanto ammessa e motivata dalla necessità di non voler sforare il limite del 30 novembre imposto dallo Stato per l’approvazione dell’equilibrio e l’assestamento di Bilancio.

La minoranza del Pd, pur valutando eccessivo il rischio di scioglimento del Consiglio per un ritardo di 65 minuti sul tempo di convocazione, ha evidenziato il lato oscuro della questione. “Questo inciampo  è avvenuto perché si continuano a perseguire le furbizie”, ha accusato Paolo Perazzoli. “Su 8 mila comuni, solo una piccolissima parte adottò la mini-Imu e di questi l’unica ad aver avuto il problema del ritardo è stata San Benedetto. C’erano divergenze di carattere politico, pressioni e mancanze di numeri”.

Tesi ribadita con vigore da Pasqualino Piunti, a cui il 29 novembre – durante la primissima seduta del Consiglio andata deserta – fu negata la parola dal presidente dell’emiciclo Marco Calvaresi. “Sia lui che la segretaria andarono via di fretta, come se non fossimo dei rappresentanti dei cittadini, regolarmente e democraticamente eletti. Il giorno seguente il numero legale per far iniziare l’assise crollò da 13 ad 8, il giochino era palese e strettamente legato ai mal di pancia nati in maggioranza. Per quel che riguarda il ritardo di un’ora, fu presentata da me la famosa pregiudiziale, che il centrosinistra bocciò. Nessuno può dire che non sapeva e non si può parlare di errore tecnico”.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 610 volte, 1 oggi)