«Sono una cosa tua / sono infine qualcosa / Grazie.»

«Mi manchi come la pioggia / sulle vigne in luglio.»

«Avevo giurato che mai più avrei toccato un uomo. / Poi ho incontrato te.»

«Noi due insieme siamo un’eresia, / un’ipotesi da scartare, / un fenomeno da studiare […]. Nessun conto torna tra noi, / né l’età né l’altezza né il peso, / né il mestiere, / né l’indirizzo. Ma allora perché / noi due insieme siamo così felici e comodi?»

«È difficile dire quando nasce un amore. Te lo trovi addosso come una malattia e t’accorgi d’esser malato solo al momento in cui i sintomi si fanno evidenti: ad esempio come un capogiro.»

«L’unico modo per non soffrire è non amare, che nei casi in cui non puoi fare a meno di amare sei destinato a soccombere.»

«Non si può vivere senza amore. Io ci ho provato, ma non ci sono riuscita.»

Sembra di vederla mentre scrive questi versi d’amore. Mentre, circondata di silenzio e di mistero, attraversa l’oscurità della stanza, accende la lampada, si siede alla scrivania. Matite, fotografie, libri antichi, fogli sparsi. Molti segnati, cancellati da tante correzioni.

Sembra di vederla mentre scrive questi versi d’amore. Con i suoi occhi luminosi. Niente trucco a parte quel vezzo, l’eyeliner sulle palpebre, due righe nere, spesse, decise a esagerare il suo sguardo vagamente orientale. È una donna severa. Severamente si veste.

Sembra di vederla con le sue lunghe mani intente ad accostare la sigaretta alle labbra, o a battere sulla tastiera della macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, o spostare la liscia ciocca dei capelli che le copre lo scintillante sguardo così fiero, austero. Ma a tratti infelice, insicuro, inquieto, arreso davanti alla disperante e complicata bellezza di un amore.

Parole dedicate a François Pelou, il grande amore romantico e impossibile, a Alfredo Pieroni, quello mancato e sofferto, a Alexandros Panagulis, la travolgente passione, a Paolo Nespoli, la storia condannata a morire presto.

Chi ha scritto quei versi d’amore?

Una giornalista, una scrittrice con l’ossessione della cultura e della politica che le scorre nelle vene, un’inviata, una viaggiatrice, un soldato, una staffetta, un medico e una mamma mancata, una sorella e una figlia affettuosa, un’amante appassionata e un’amica leale, incapace di perdonare e capace di rompere bruscamente e per sempre legami, amori: una donna. Che visse un’esistenza avventurosa e insaziabile e diventò l’epitome della femminilità moderna.

Segreta e solitaria anche tra i tanti amici e tra i colleghi che la corteggiavano, coraggiosa durante la Resistenza, testarda e pronta a porre irriverenti domande ai potenti della Terra, a sfidare le pallottole come inviata di guerra e a duellare con l’Alieno: il cancro. Una donna forte, ma fragile in amore e quando si muoveva nella complessità della vita, nel labirinto spigoloso dei dilemmi quotidiani. Fragile tra i meandri oscuri delle sue paure.

Perché è una sciocchezza dire che non ne avesse. Ne aveva, eccome: paura dell’aereo, di essere spiata, della malevolenza, di non potere avere mai più un figlio, di perdere l’uomo che amava e con lui il sapore dei baci che impregnano le labbra, i capelli, il collo. Della malattia. E della morte. Solo che lei le teneva per sé le sue paure, e condivideva con il mondo il suo coraggio.

Solo che lei aveva capito che il coraggio non è l’assenza di paura ma saperla dominare, la paura. Magari vincerla. E così lei ci conviveva e la dominava. E la vinceva. Quasi sempre. Conoscerla, la paura, scrutarla, affrontarla, guardarla dritto negli occhi. E poi abbozzare un sorriso beffardo, di scherno, e voltarle le spalle.

Una donna dura, feroce per difendersi dalla ostilità del mondo e della vita che le aveva dichiarato guerra, in realtà sensibile e timida. L’eterno contrasto tra la sua corazza esteriore respingente di una combattente impavida, di una leonessa antipatica, e la fragilità interiore, la tenerezza che non esternava pubblicamente perché «sennò mi divorano». Dualismo tra orgoglio e dolcezza, forza e abbandono, amore e odio. La sua magia, forse, era nelle sue contraddizioni.

Era anche romantica. In una sua lettera scrive: «Quando io amo un uomo divento un agnello.» La faceva arrabbiare quella improvvisa mansuetudine. Eppure voleva perdersi lo stesso in quegli amori cercando di estinguere ogni dolore e di dissolvere ogni cosa. Non pensare. Respirare.

L’amore vissuto in maniera assoluta. Era assoluta, lei. Esagerata, estrema. Esposta, quindi, alla delusione. Squassata da amori infelici ed intensi, travolgenti e tormentati. Capaci, più delle schegge di Città del Messico, di colpire la guerriera lasciandole ferite aperte esposte al bruciore dell’acqua salata del mare, e che cicatrizzano male. Il suo bagno di spilli, la sua tortura volontaria.

Ha amato ed è stata molto amata, ma nessuna storia è durata. Forse aveva bisogno della solitudine, consapevole dell’impossibilità di vivere in solitudine. Ne aveva bisogno per essere quello che era, per diventare quello che è diventata, per lavorare come voleva lavorare, per esistere in modo assoluto, appunto.

Chi ha scritto quei versi d’amore? Oriana Fallaci li ha scritti.
L’altra Oriana Fallaci. Un’inedita Oriana Fallaci che parla di passione, di amore, di una felicità mai raggiunta. Lei, tagliente, risoluta, intrattabile, ribelle. Eppure, capace anche di sorprendenti tenerezze, di toccanti, inaspettati momenti di fragilità. Il volto, intimo, indifeso e dolce della «giornalista prepotente».

E’ l’amore a cambiarla.

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