Nella società contemporanea la morte è oscena, e lo è nel senso etimologicamente più radicale dell’aggettivo: obscena come infausta, di cattivo augurio, fatale, funesta. L’immaginario collettivo è da almeno due secoli condizionato dall’idea che la morte e il solo parlarne portino sfortuna.

Per questo motivo corna, cornetti, ferri uncinati e scacciamalocchio vengono in soccorso a comporre il codice rituale della liturgia sociale, centrata sulla persistenza eterna dell’essere che non deve morire. Il cerimoniale di questa liturgia prevede la radicale emarginazione del sostantivo morte, cui si deve alludere, se proprio non si può fare a meno, solo con escamotages linguistici. Tant’è che, passeggiando per strada, si leggono sempre più spesso manifesti funerari di qualcuno che «si è spento», «è tornato alla casa del Padre», «ha terminato i suoi giorni», «è venuto a mancare» o ci «ha lasciati». Mai nessuno che scriva: è morto.

In famiglia si compiange il «caro estinto», in piazza i compaesani ricordano la «buonanima» e tutti insieme dicono una prece per l’amico «scomparso». Ma l’espressione più significativa, che mostra la messa al bando del termine «morte» dal linguaggio contemporaneo, è perfettamente sintetizzata dalla circonlocuzione «passare a miglior vita»: perché se domani ci sarà ancora vita, nella logica illuminista del progresso migliorista, questa stessa vita futura sarànecessariamente preferibile a quella di «ieri», superata dai nuovi eventi, che proprio in quanto nuovi sono de facto migliori.

Il dominio della tecnica schiaccia il pensiero. Il progresso è a portata di mano, siamo ormai i padroni del mondo e del nostro destino. E in effetti, assumendo come principio filosofico l’esistenza di nessi concreti tra la realtà e le parole che usiamo per significare quella stessa realtà di cui siamo parte, non possiamo far altro che notare come, seguendo Wittgenstein, se i limiti del mio mondo sono gli stessi limiti del mio linguaggio, l’oblio del termine morte provoca inevitabilmente l’emarginazione della morte dal quotidiano. O meglio, è sufficiente bandire il concetto della morte dall’immaginario collettivo per eliminare alla radice la possibilità di nominarla e discuterne.

Può essere anche utile notare come un tale nascondimento linguistico e psichico non riguardi soltanto la morte in sé, ma pure ciò cui essa rimanda più da vicino. Infatti, quando per sventura un pover’uomo si trova in condizioni cliniche gravemente compromesse e rischia seriamente di morire, tutti ripetono come un mantra che il paziente «è in pericolo di vita» o «rischia la vita». Come se la vita fosse davvero un pericolo che si corre. Non sarebbe forse più corretto, e soprattutto più coerente con la realtà, parlare di «pericolo di morte»?

Mi sembra chiaro, infatti, che chi sta in fin di vita, rischia sul serio di morire, non certo di vivere. Semmai, e se proprio non si volesse pronunciare il termine morte, bisognerebbe dire che il pericolo consiste nel «perdere la vita» Ma la perdita della vita è forse un termine troppo esplicito per l’uomo contemporaneo che vuole permanere in eterno su questa terra, e dal suo punto di vista è quindi molto meglio aggirare il problema con vaghe allusioni consolatorie.

Non si pensi, comunque, che questo ostracismo nei confronti della morte sia oggi limitato soltanto ad alcuni ambiti della società civile, ma riguarda la realtà occidentale nella sua interezza. Persino la scienza sostituisce il termine morte con la definizione fumosa di «cessazione delle funzioni vitali». E non finisce certo qui: il campionario medico è assai ricco di metafore e di allegorie che talvolta rasentano il ridicolo: si passa dalla «cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche», ai farseschi e perfino tragicomici «spegnimenti per complicazioni vitali»; per non parlare poi dei «criteri cardiologici, respiratori e neurologici» che corrispondono alla «morte cardiaca, respiratoria e cerebrale».

I bioeticisti, si spingono a parlare di fine-vita, e i più arditi accennano persino al decesso, ch’è appunto un far posto, un cedere il passo, un andar via. Ma via, dove? Verrebbe da chiedersi! Via… via e basta: è già troppo così!

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