Dalla rubrica ‘Lupi di mare’: Italo Guidotti. Da Riviera Oggi in edicola n.985

Quanti anni avevi quando hai iniziato a lavorare in mare? Come mai hai scelto di fare questo mestiere? Qual’era il tuo ruolo all’interno nell’equipaggio?

“Iniziai ad andare in mare da bambino, avevo solo dieci anni, per continuare la tradizione di famiglia. La prima volta che mi imbarcai fu su un motopeschereccio, di proprietà della mia famiglia, per una settimana. Furono sette giorni infernali, sia meteorologicamente parlando sia per la mia salute, in quanto soffrivo il mal di mare. Nonostante fosse estate, il mare non fu clemente per il mio breve periodo di prova, perché era stato sempre agitato. Di ritorno a terra, c’era mio padre ad accogliermi con parole tanto dure quanto realistiche: “questo è il mestiere del pescatore, ora decidi tu cosa vuoi fare da grande”! Rimasi perplesso a riflettere. Completata la scuola dell’obbligo (cioè la scuola d’avviamento al lavoro) mi iscrissi ad un corso di specializzazione IAL per ottenere l’attestato di “padrone marittimo”.

A sedici anni, terminato il corso, presi il libretto di navigazione e potei, finalmente, imbarcarmi. Le mie prime salite a bordo furono sui motopescherecci: dai sedici ai diciassette anni su imbarcazioni che effettuavano la pesca in Adriatico, mentre dai diciassette ai diciotto anni su natanti che solcavano i mari dell’Atlantico. All’età di diciannove anni effettuai il servizio di leva che durò ventiquattro mesi, sulle navi militari.

Congedato dalla marina, ci fu una svolta significativa nella mia vita lavorativa, che mi fece optare per il lavoro nella marina mercantile. Durante il servizio militare conobbi dei superiori che mi consigliarono, regalandomi preziosi punti di vista, di lavorare su navi più grandi, data la mia smisurata passione per il mare. Raggiunta la maggiore età, che all’epoca era di ventuno anni, per un periodo di otto mesi, mi imbarcai su una nave da crociera che effettuava viaggi nei Caraibi, come marinaio timoniere. Il periodo fu lungo ed insostenibile, quindi cercai delle altre opzioni, sempre nella marina mercantile, che mi soddisfacessero maggiormente. Leggendo una rivista notai degli annunci di lavoro, in campo energetico, riguardanti il mare e tempestivamente inviai il mio curriculum vitae, tramite posta, all’ufficio personale marittimo del gruppo ENI. Dopo solo quindici giorni mi contattarono per un colloquio conoscitivo nella sede centrale di Milano. Contemporaneamente sostenni degli esami integrativi, davanti ad una commissione della Capitaneria di porto di San Benedetto del Tronto, che mi consentirono di conquistare il titolo di “padrone marittimo di prima classe per il traffico”. Dopo circa trenta giorni, dal colloquio milanese, ricevetti un telegramma d’imbarco. La compagnia mi stava offrendo un posto come “primo ufficiale di coperta” su navi speciali per assistenza e supporto piattaforme di perforazione, nella zona di Ravenna.

Da questa prima esperienza nel settore ci fu un escalation che mi portò a comandare mezzi navali del gruppo SAIPEM-ENI. Con il tempo ricevetti svariati incarichi di responsabilità, al comando di pontoni, posatubi e costruzioni di piattaforme in mare. Con la società SAIPEM-ENI ho lavorato per circa trentacinque anni, girando i quattro continenti, dal Golfo Persico all’India, dall’Africa al Nord Europa”.

Qual è la giornata tipo di lavoro sui pontoni?

“La giornata tipo era sempre la stessa cioè di routine ma per me era principalmente di grande responsabilità, in quanto ero al comando”.

Mi racconti qual è stato l’episodio più bello e più brutto che le sono accaduti durante il suo lavoro.

“L’episodio più bello, che mi è rimasto impresso nella memoria, è stato quando consegnammo un lavoro di posizionamento di una piattaforma (eravamo a largo di Crotone) in tempi record. Per questo la compagnia ci omaggiò con una grande cena e con tanti complimenti. L’evento più brutto, che avrebbe potuto avere conseguenze gravi, derivò da una negligenza di un ragazzo che lavorava come personale di camera. Lasciò cadere, accidentalmente un mozzicone di sigaretta in un deposito di vestiti e rischiammo, così, un incendio a bordo. Tutto fu sventato dal tempestivo intervento del personale di bordo che riuscì ad avere la meglio sul principio d’incendio; non ci furono danni, a persone e cose, eccessivi”.

La tecnologia ha migliorato il lavoro sulle piattaforme?

“Grazie all’avvento delle nuove tecnologie, il lavoro all’interno della compagnia SAIPEM-ENI è migliorato dato che i mezzi si sono ingranditi e perfezionati. Il mio attuale rammarico è che la compagnia è condizionata ad assumere personale straniero, anziché italiano”.

Consiglierebbe la vita sulle piattaforme ad un giovane di oggi? Se si, quali consigli si sente di dare?

“Si, consiglierei il mio ex lavoro ai giovani, soprattutto ai neo laureati in ingegneria o in lauree similari perché è un ottima esperienza sia lavorativa sia di crescita personale. Sarebbe un buon banco di prova per testare le conoscenze accademiche”.

Che rimpianti ha della sua vita lavorativa?

“L’unico rimpianto è rappresentato dalla lontananza familiare, ma anche di mancanza nella quotidianità di mia moglie e di mio figlio”.

Le manca questo lavoro?

“Non mi manca perché ho investito molto in termini di energia e passione. Ora riassaporo tutte le cose perdute della quotidianità in famiglia. Mi sto riappropriando dei miei affetti”.

Ora che è in pensione, come trascorre le giornate?

“Dopo aver frequentato numerosi corsi alla Croce Rossa Italiana, per diventare volontario, dedico diverse ore settimanali all’assistenza e al pronto intervento di disabili ecc… Il mio grande hobby è rappresentato dal modellismo di navi, pescherecci e nodi: è un modo per sentirmi, ancora, vicino alla vita in mare”.

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