Pur essendo trascorsi decenni, il duello fra la magistratura e l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi sembra ancora non aver trovato fine. Siamo davanti a due istituzioni nazionali, eppure, per noi che siamo i cittadini, sembra come assistere a una classica partita di calcio fra due squadre, ma nessuna delle due è quella a cui facciamo il tifo; quindi non siamo probabilmente interessati all’esito.

La sfida è più che mai sentita. Da un lato vediamo la magistratura, che spende gran parte delle sue energie alla ricerca del giusto espediente per poterla aver vinta nei confronti della loro preda preferita, anche se poi il risultato è una pena degna da bulletto di quartiere. Dall’altro vediamo invece un politico, che fonda l’oggetto di persuasione della sua campagna elettorale su una una guerra contro la magistratura; indipendentemente se sia vero o meno, è impensabile che in un momento di crisi come questo, la gente, di cui la maggioranza non ha mai commesso un reato, consideri come problema primario la faziosità di un giudice.

L’ultima battaglia in ordine cronologico si è estesa a livello europeo con il ricorso al diritto dell’Unione Europea. La prova che trattasi di questioni personali fra Berlusconi e i magistrati si evince dal fatto che centro nevralgico della questione è l’interdizione dai pubblici uffici, ossia la pena accessoria; simbolo di vittoria per uno dei due schieramenti. Se la storia andrà avanti non dovremmo meravigliarci di una eventuale ricostituzione della Santa Inquisizione.

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