SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «A Carnevà i ppiù cundinde jé i freché». Febbraio 2006, con Nazzareno Perotti decidiamo di fare una sorpresa ai lettori dell’edizione di Riviera Oggi che va in edicola proprio nel giorno di Carnevale: in dialetto la copertina e i titoli dei principali servizi. E chi meglio di Giovanni Quondamatteo può coniugare questa nostra originale idea?

Così l’amico poeta dialettale si mise all’opera per qualcosa mai tentata prima: dare un taglio giornalistico al modo di comunicare imparato fin da quanto egli aveva cominciato a parlare, camminare e andar per mare. E svolse l’incarico con insospettabile maestria, riuscendo non solo ad alleggerire con sottile ironia i seriosi temi legati alla cronaca e alla politica del momento, grazie alle colorite e sagaci espressioni di quella che Gabriele Cavezzi (nella prefazione per lo stesso libro) aveva chiamato “Koiné Adriatica”; ma a dare alle notizie così “dialettizzate” persino maggiore efficacia.

Un risultato tanto paradossale quanto stupefacente, che riuscì a trasformare in notizie locuzioni di diffusa popolarità ed espressioni note solo in ambiente sambenedettese. E per rendere l’idea, oggi mi piace ricordare ancora tre esempi, fra i più simpatici.

Siamo alla vigilia delle elezioni politiche e amministrative della primavera 2006, c’è da decidere il futuro dei due ex primi cittadini di Comune e Provincia, all’epoca Martinelli e Colonnella. Giovanni titola andando dritto alla questione: «Martenelle se vò rembarcà, Colonnèlle vò jé a Ròme». Con un occhiello che invitava al confronto: «Chi jè mmije de sti ddòie ch’à cummannate lòche lu Commóne e ‘lla la Pruvincie?».

E poi l’affare del Palacongressi ai privati. I nuovi proprietari contano in un giro d’affari annuo di 1,6 milioni di euro. Al centro della questione l’incognita Calabresi. Senza mezzi termini il titolo: «Dendre lu Palacongresse vò cagnà tótte». Con il malizioso occhiello: «Chi décie che ci fa i cìneme, chi àtre ccuse. Gnjiè che lu fa pé guadagnacce su ssòpre?».

Infine il destino dell’area ittico-ortofrutticola cittadina. Esplicito il titolo del poeta giornalista: «Lu mercatine de Vie Montebèlle lu vò levà perché fa schiéfe». Con questo perplesso occhiello: «Dduà lu mettarà? Se décie llà ddua stave Capacchiétte. Sarrà lu vère?».
Non c’è che dire. Con questo sicuro maestro di giornalismo in lingua sambenedettese, fin dal febbraio 2006 avremmo potuto discutere e affrontare con successo qualunque stravaganza all’ordine del giorno della cronaca e della politica. Come ad esempio era a quell’epoca l’ineffabile proposta di marca padano-leghista di sottoporre professori e studenti a test di conoscenza del dialetto. Da noi certo non ci sarebbero stati problemi: «Se saprà quande a custate ‘sti rennuvamende lòche le scòle? Jeme a vvedè», avrebbe chiosato, tra il faceto e il serio, Giovanni Quondamatteo.

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