RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Ascoli Piceno, 28 dicembre 2013

Al Signor Presidente

della Regione Marche

SEDE

e,p.c.:       All’On. Luciano Agostini

Camera dei Deputati

–        Al Vice Presidente

della Regione Marche

–        All’Assessore all’Agricoltura

della Regione Marche

 –          Al Presidente

Della Provincia di Ascoli Piceno

–        Al Signor Sindaco

del Comune di Ascoli Piceno

 –        Ai consiglieri regionali delle Circoscrizioni

di Ascoli Piceno e Fermo

LORO SEDI

 

OGGETTO: chiusura dell’impianto di lavorazione latte fresco e della centrale Coop. Coalac di Ascoli Piceno

Egregio Signor Presidente,

già alcuni mesi or sono, in via breve, ho avuto modo di rappresentarLe la predisposizione di una strategia aziendale che la cooperativa Cooperlat Soc. Coop. Agricola (di seguito “Cooperlat) stava maturando all’interno del proprio Consiglio di Amministrazione, tendente a chiudere il “polo del latte fresco” che si invera nello stabilimento di produzione della Coalac Soc. Coop. Agricola (di seguito “Coalac”) con sede ad Ascoli Piceno. Strategia approvata dal Consiglio di Amministrazione dello scorso 19 dicembre, che prevede un “piano industriale” a tal fine finalizzato.

La Coalac è nata il 06/05/1980, con il protagonismo di illustri e sagaci allevatori dell’entroterra ascolano e piceno, che a suo tempo seppero individuare una via di sbocco alla crisi della zootecnia, con la socializzazione dei prodotti del proprio bestiame da latte, innervando nella produzione del latte la filiera della trasformazione, conservazione e commercializzazione sia del latte fresco e dei suoi derivati lattiero-caseari e sia dei sottoprodotti del caseificio.

Da amministratore comunale e come politico che ha creduto alla cooperazione, ho sostenuto questa iniziativa fin dalla nascita, perché ha costituito una risposta credibile alla domanda di sopravvivenza di piccole stalle di produttori marginalizzati nelle zone montane e medio collinari, svantaggiate sia economicamente che in termini di infrastrutture civili, soprattutto viarie.

Nel 1990 la Coalac si è attestata tra le prime aziende di produzione di latte in Italia per quanto riguarda la totalità di latte di Alta Qualità.

La Coalac si è attestata anche tra le prime aziende produttrici di latte pastorizzato omogeneizzato e di Alta Qualità al mondo, che hanno reintrodotto la bottiglia di vetro e di plastica nella commercializzazione del latte (molto prima dei grandi marchi leader nel settore, come Granarolo e Parmalat).

Nel 1998 la Cirio individuò la centrale del latte della Coalac tra 200 strutture in Italia, come la più idonea per la produzione in conto terzi di latte di Alta Qualità in vetro e in plastica.

Ho voluto ricordare gli anni del percorso industriale fatto di sacrifici e successi, per dire come questi non possano o debbano essere cancellati da scelte strategiche aziendali sbagliate, perché incomprensibili sul piano delle finalità mutualistiche di una cooperativa e illogiche dal punto di vista economico, con ricadute disastrose in termini economici ed occupazionali soprattutto sul territorio piceno.

La Regione Marche non può rimanere silente e inerte di fronte ad una strategia aziendale come quella della citata deliberazione del Consiglio di Amministrazione della Cooperlat, che prevede il proprio risanamento finanziario basato semplicemente sulla chiusura della produzione e lavorazione del latte fresco che insiste sulla Coalac, con trasferimento delle attività a Jesi, in provincia di Ancona.

La Coalac, nel 2002, aderì alla Cooperlat su sollecitazioni politiche della Regione Marche per costituire un polo regionale del latte fresco“, individuando nel polo di Ascoli la specializzazione per il trattamento e il confezionamento dell’Alta Qualità.

Tra le finalità dell’integrazione, a suo tempo, fu perfino previsto, in tempi successivi, di concentrare il latte fresco lavorato dalla Cooperlat-Jesi alla Coalac di Ascoli, con l’obiettivo di conseguire volumi critici capaci di ammortizzare gli investimenti sulla innovazione di processo, necessari per un alto grado di efficienza produttiva.

In questi ultimi 10 anni nella Coalac sono stati raggiunti livelli di eccellenza nella produzione della qualità di latte fresco e panne. Solo nei territori del piceno e del teramano, nel 2011, sono stati raccolti nelle stalle e gli allevatori circa 18 milioni di litri/anno.

La Coalac oggi è socio a conferimento totale della Cooperlat ed è, in ordine di grandezza, il secondo conferente di latte, con la consegna, nel 2012, di 12,614 milioni di litri/anno, con un capitale sottoscritto di 1,487 milioni di euro[1].

Va sottolineato che su 13 cooperative costituenti la base sociale della Cooperlat, il conferimento totale di latte è fatto solo da altre due cooperative: la Frentana Soc. Coop. Agricola a r.l. con 5,361 milioni di litri/anno (quinta in ordine di grandezza nella compagine sociale) con un capitale sottoscritto di € 400.000 e la Petrano Soc. Coop.Agricola a r.l., settimo conferente in ordine di grandezza, con 4,602 milioni di litri/anno e un capitale sottoscritto pari a € 450.000.

Complessivamente, le uniche tre cooperative a conferimento totale del latte alla Cooperlat, conferiscono 22,577 milioni di litri di latte all’anno, con una sottoscrizione di capitale sociale di 2,341 milioni di euro. Una realtà quindi forte e incisiva sulla Cooperlat, dove si registra nel 2012 un conferimento complessivo di latte da parte di tutti i soci di circa 75 milioni di litri[2], un capitale sociale sottoscritto nel 2010 di 9,373 milioni di euro e un valore della produzione di 203,274 milioni di euro.

Le tre citate cooperative a conferimento totale del latte però NON sono rappresentate nella “governance” della Cooperlat, dove invece sono rappresentati amministratori della cooperativa “Latte Marche”, che è socio a conferimento parziale ed ha conferito nel 2011 solo 8,506 milioni di litri di latte (di cui 4,097 milioni di litri/anno appartengono alla “Stalla Sociale di San Fortunato” di Serra dei Conti[1]) e aderisce con una sottoscrizione di capitale € 758.000; oltre la cooperativa Santangiolina (primo conferente parziale, con 28,900 milioni di litri di latte/anno); il resto – come meglio si dirà in seguito – sono cooperative minori.

E’ bene sottolineare sul punto che precede, come la cooperativa “Latte Marche”, pur rappresentando meno della metà del latte conferito della Coalac, tra l’altro con conferimento parziale, esprime nel Consiglio di Amministrazione della Cooperlat tre membri contro zero della stessa Coalac.

E’ di tutta evidenza quindi, che nonostante la Coalac, in forza dei suoi numeri, della sua dimensione aziendale e capitale sociale, nella regione Marche rappresenti una componente decisiva per il tessuto sociale ed economico del settore zootecnico, nel 2012 è stata estromessa dalla “governance” aziendale, con violazione dei principi basilari del sistema cooperativistico della mutualità e democraticità, che costituiscono gli elementi essenziali della cooperazione.

Dopo circa 10 anni di equilibrata rappresentanza territoriale di parità di trattamento e di rispetto delle regole democratiche dei soci, con l’Assemblea per il rinnovo delle cariche sociali del 26 aprile del 2012, con una “forzatura deliberativa“, dettata da una cordata di soci dalle finalità non ancora meglio definite, che comunque non fa onore alla cooperazione, soprattutto quella delle Marche, la Coalac di Ascoli, la Frentana di Lanciano e la Petrano di Fano, tutti a conferimento totale del prodotto, quindi più esposti economicamente degli altri soci a conferimento parziale, perché a “mercato chiuso“, sono stati estromessi dal Consiglio di Amministrazione e, forzando tutte le norme interne e di legge, non hanno potuto nemmeno partecipare alla votazione con una propria lista, né hanno potuto votare l’unica lista presentata.

L’attuale Consiglio di Amministrazione della Cooperlat, pertanto, è rappresentato da soli soci a conferimento parziale del latte, ossia da soci che forniscono solo parte della loro produzione, perché il resto lo conferiscono alla miglior offerta del mercato nazionale ed estero del latte. Quindi stanno fuori i produttori che forniscono molto più della metà del latte conferito dalle Marche, rispetto alla quantità totale lavorato dalla stessa Cooperlat. Il resto dell’ approvvigionamento viene dal Piemonte e dalla Lombardia.

Lo Statuto sociale, in merito alla “governance” societaria stabilisce che “…il Consiglio di Amministrazione è composto da 7 a 11 membri scelti, in maggioranza, tra i delegati dei soci cooperatori e dovrà assicurare una equilibrata rappresentatività tra le regioni di provenienza dei soci, nonché della territorialità dei vari insediamenti produttivi”.

Niente di tutto questo è stato recepito nelle decisioni dell’attuale rappresentanza del Consiglio di Amministrazione, composto da nove membri, uno della Coop. “Piemonte Latte”; due della Coop.“Santangiolina latte” di Lodi (Lombardia); uno del “Montefeltro latte” (oggi in Emilia Romagna);

quattro dell’anconetano di cui tre di “Latte Marche” e uno che non è un produttore, in quanto Presidente di una organizzazione cooperativistica; uno di Amandola (l’unico del piceno). Va inoltre aggiunto che il Presidente del collegio sindacale è espressione della Coop. “Latte Marche”, mentre gli altri due membri sono stati indicati e scelti rispettivamente dalle Coop. “Santangiolina” e “Piemonte Latte”; una cordata simmetrica all’alleanza riscontrata nel Consiglio di Amministrazione votato nella più volte richiamata Assemblea del 26 aprile 2012.

Politicamente, moralmente ed economicamente inaccettabile!!!!

Come sopra veniva fatto notare, coloro che governano la Cooperlat, benché conferitori parziali, hanno un doppio mercato: quello della fornitura del latte alla stessa Cooperlat per la quota parte conferita ad un prezzo di circa € 0,41/l (salvo latte Qualità Marche) e quello libero esterno (anche di aziende concorrenti?) dove il prezzo varia da circa 0,50 a 0,52 euro/l; ossia ben 10 centesimi in più al litro su milioni di litri.

E’ evidente ed oggettiva la convenienza a vendere il latte al libero mercato piuttosto che a perseguire gli interessi strategici dell’azienda di appartenenza. All’opposto cioè degli interessi dei conferenti totali, come la Coalac ed altre cooperative, che invece stanno fuori dal governo aziendale, nonostante la Cooperlat rappresenti l’unico sbocco commerciale del loro prodotto.

Vi è quindi chi, come i produttori di latte della Coalac di Ascoli, vive solo per la Cooperlat e chi – gli altri – può permettersi di tenere gli interessi su due mercati, ben sapendo che la loro storia di produttori non finisce con l’eventuale fine dell’attività della stessa Cooperlat.

Questa asimmetria gestionale tradisce la “missione” per la quale era nata la Cooperlat, ossia di diventare un “polo strategico nazionale” per la valorizzazione del latte marchigiano e dei suoi produttori in via prioritaria, per potenziare i livelli produttivi secondo una logica di specializzazione territoriale e non per valorizzare il latte e i produttori del nord. Allo stato delle cose invece, per una strana eterogenesi dei fini, le regole interne, gli obbiettivi industriali, le convenienze di mercato e la razionalizzazione dei costi vengono ad assumere i parametri utili alla componente esterna dei produttori del nord.

La prefigurazione di un “polo del fresco” presso la Coalac di Ascoli, un “polo della pasta filata” (mozzarelle) presso la Sibilla di Amandola; un “polo formaggi” a Montemaggiore (Fano) e un “polo del latte a lunga conservazione” a Jesi, avrebbero rappresentato le vocazioni locali, garantendo il radicamento sociale del sistema cooperativistico e la cosiddetta “filiera corta“.

Un altro grave rischio incombe però sulla Cooperlat. Gli obiettivi, che la Regione Marche ha sostenuto e sono convinto intende ancora sostenere anche nei programmi di cofinanziamenti europei “Agenda Marche 2020” per lo sviluppo dell’agricoltura e della zootecnia marchigiana, sono seriamente compromessi dall’approssimarsi del limite minimo della quota di conferimento del latte da parte dei soci, al di sotto del quale (50%) si perde la caratteristica della “mutualità prevalente“, con il venir meno dei benefici fiscali, contributivi e di finanziamento pubblico.

Quanto detto è un rischio oggettivo, che compromette ulteriormente il futuro della Cooperlat, secondo il disposto degli articoli 2512 e 2513 cc. Infatti, l’attività svolta prevalentemente dalla Cooperlat avvalendosi dell’apporto diretto dei soci è scesa dal 56,32% dei 2010 al 52,90 del 2011; con ulteriore riduzione nel 2012 e 2013.

Quello che però al momento preoccupa di più è la strategia che tende a concentrare a Jesi (Ancona) tutta la produzione della “latte fresco” e del “latte a lunga conservazione“, oltre ai prodotti derivati, con l’idea di costituire sulla Vallesina il “polo di produzione di latte delle Marche”. Tale obiettivo, che diventerebbe reale se dovesse registrarsi ancora l’arrendevolezza e la debolezza della Regione Marche (si veda la recente richiesta di finanziamento della cosiddetta “soffiatrice” per il polo di Jesi, che sostituirà l’imbottigliamento nello stabilimento di Ascoli presso la Coalac), favorirà la realizzazione di un centro di trasformazione decentrato dei produttori del latte della Lombardia e del Piemonte. Per di più le forti perdite finanziarie che stanno registrando le società partecipate in grave crisi economica (si veda “Abit Piemonte”, partecipata all’81,4%), sarebbero in parte scaricate sul sistema Marche e i produttori marchigiani sarebbero sacrificati ulteriormente anche per ripianare l’indebitamento della Cooperlat derivante dalla crisi delle cooperative del Nord Italia.

Va sottolineato inoltre, che per ragioni tecniche, giuridiche ed economiche, sarà pressoché impraticabile trasportare a Jesi il latte dei produttori della Coalac (circa 100 aziende picene e teramane); pertanto sarà desertificato un tessuto economico cresciuto con sacrifici ed intelligenza per trent’anni!

In tale contesto, infatti, il potere contrattuale dei produttori del latte del piceno è pari a zero; perché tale latte, ancorché fresco, ma non indispensabile, potrà essere sostituito facilmente dalla cooperativa Santangiolina di Lodi, che produce oltre 250 milioni di litri l’anno, quattro volte quello conferito dai soci della Cooperlat. Il “polo del latte marchigiano”, quindi, invece di servirsi del latte del Nord Italia com’era previsto all’origine, nel 1982, diventa uno strumento dei produttori lombardi e piemontesi, quindi una colonia del Nord Italia.

Non credo si stia facendo un buon affare!

Secondo le strategie del Consiglio di Amministrazione votate ed approvate lo scorso 19 dicembre 2013, una parte degli 80 dipendenti della Coalac dovrebbero essere rassicurati, perché a prima vista salverebbero il loro posto di lavoro, in quanto la Coalac “non chiude ma si trasforma” (?). Infatti lo stabilimento di Ascoli diventerà un “polo di stoccaggio e smistamento delle latte fresco” lavorato a Jesi; ma sarà una “cattedrale del deserto“! Non è difficile prevedere invece un secondo prossimo giro di vite nel volgere di qualche mese per licenziare almeno una metà degli 80 lavoratori attualmente occupati, in quanto sono oggettivamente in soprannumero rispetto alle esigenze del carico lavorativo della nuova funzione dello stabilimento Coalac, che perde la lavorazione del latte fresco.

Nella fase attuale si “salverebbe” solo lo stabilimento “Sibilla” di Amandola che raccoglie la marginale quota di quasi tre milioni di litri/anno, pur lavorandone 22 milioni. E’ evidente come una simile produzione possa essere trasferita nel giro di 24 ore anch’essa a Jesi, non essendo né inamovibile, perché non legata al territorio e ne strategica sul piano logistico. E’ quindi ragionevole ritenere che allo stato attuale rimane esente dalla prevista ristrutturazione industriale prevista dal Presidente della Cooperlat solo per ragioni di tattiche gestionali e di consenso interno al Consiglio di Amministrazione, ma non certo perché comprensibili ed oggettive.

È di tutta evidenza, allo stato delle cose, come la chiusura dello stabilimento “Sibilla” segua quello della Coalac di Ascoli nel giro di qualche anno, ben potendosi trasferire la trasformazione dei prodotti lavorati a Jesi, con una economia di scala che è oggettivamente comprensibile rispetto al cambiamento della natura e della “missione” della Cooperlat, anche a causa dei suoi problemi finanziari determinati dal salvataggio di situazioni che nulla hanno a che fare con le Marche. Soltanto gli attuali equilibri di governo della Cooperlat non consentono soluzioni drastiche più immediate della Coalac, facendo parte un rappresentante della stessa “Sibilla” nel Consiglio di Amministrazione.

La strategia approvata dalla nuova “governance” Cooperlat nel 19 dicembre u.s. di chiudere la lavorazione delle “latte fresco” ad Ascoli, dove escono tre importanti marchi di tipi di latte: Tre Valli, Fresco Marche e Cigno, distruggerà l’affidabilità degli stessi marchi, che sono ormai entrati nella cultura del consumo del latte delle popolazioni locali con una evidente fidelizzazione commerciale, soprattutto le più fragili (bambini ed anziani), anche perché si perderà la tracciabilità dell’origine della produzione oggi impressa nelle bottiglie di plastica (posto che è da ritenersi perduto l’imbottigliamento del vetro), quindi si abbasserà l’attuale qualità offerta sul mercato di consumo.

Allo stato delle cose non rimane alla Regione Marche che riprendere la “missione” del 1980 e riconfermare la volontà di potenziare un “polo del latte” marchigiano, ritenendo che quello proveniente da altre regioni deve essere aggiuntivo.

PROPOSTA

Si tratta quindi di reagire in due fasi:

–        la prima, di favorire in tutti i modi possibili la CONCENTRAZIONE in un unico Consorzio di tutte le cooperative delle Marche del gruppo Cooperlat ed esprimere unitariamente all’interno della stessa una propria forza regionale coesa negli obiettivi di difesa del prodotto marchigiano e dei suoi produttori nel rispetto della territorialità, al fine di superare l’egemonia lombardo-piemontese che si fa forza delle attuali divisioni marchigiane nella compagine sociale;

–        la seconda è quella di ripristinare livelli di democraticità nella “governance” della Cooperlat attraverso una “moral suasion” della Regione Marche e del Ministero per lo sviluppo economico, con l’allargamento del Consiglio di Amministrazione da 9 a 11 membri, così come suggerito dagli ispettori del Ministero dello sviluppo economico, che in data 22/11/2012 concludevano, al punto 55, la loro ispezione, tra altre valutazioni, con le seguenti considerazioni: “Gli attuali amministratori e i tre rappresentanti legali delle cooperative soci dissenzienti, devono compiere un percorso di avvicinamento atto a responsabilizzare tutti coloro che partecipano alla vita dell’impresa, riportando così la situazione societaria nell’alveo di una maggiore coesione sociale. In quest’ottica, dovrà risultare fondamentale l’opera di mediazione di Confcoperative che potrebbe contribuire a superare le contrapposizioni in corso, tenuto conto che comunque in un sodalizio di 13 soci (e non di 400 soci) vi è senza dubbio la possibilità di ricompattare la base sociale, anche attraverso l’ingresso dei soci esclusi dall’organo di gestione. In conclusione gli scriventi revisori, sebbene sotto un profilo di legittimità per quanto concerne il rinnovo delle cariche sociali, abbiano già formulato il proprio parere al punto 47 del presente verbale (“Sotto il profilo meramente formale, si riscontra il buon funzionamento degli organi societari…”- ndr), ritengono sotto un profilo di merito di dover ribadire quanto segue: in data 26 aprile 2012 si è verificata una frattura profonda della base sociale che può essere superata soltanto con politiche gestionali di buon senso e ragionevolezza. In quest’ottica l’ampliamento dell’organo di gestione appare come una scelta opportuna, anche nei confronti di osservatori terzi (banche, enti collegati, istituzioni) al fine di proseguire l’importante azione di valorizzazione dei prodotti Cooperlat nei vari mercati nazionali ed esteri, con una forte unità di intenti e di comune accordo con tutti soci, nessuno escluso.”

Nonostante i pesanti rilievi degli ispettori ministeriali sull’Assemblea per il rinnovo delle cariche sociali del 26 aprile 2012[1], ancora oggi tutto è rimasto com’era e la situazione è notevolmente peggiorata, pur tenendo conto delle diverse e recenti iniziative di stimolo a cambiare il corso delle cose da parte dell’attuale Assessore all’Agricoltura della Regione Marche Maura Malaspina; tali iniziative però non hanno sortito gli effetti desiderati; anzi, al contrario, hanno accelerato – provocatoriamente ? – il processo di smantellamento della realtà ascolana.

Chiedo, pertanto, alle istituzioni locali e nazionali che leggono per conoscenza, con in testa l’unico parlamentare del piceno On. Luciano Agostini anche nella sua veste di Segretario della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati e agli assessori della Regione Marche Antonio Canzian e Maura Malaspina, rispettivamente per le loro specifiche deleghe volte alla cura degli interessi del Piceno l’uno e dell’Agricoltura l’altra, nonché al Presidente della Provincia e ai Sindaci di Ascoli Guido Castelli e di san Benedetto Giovanni Gaspari, che già ben conoscono la situazione, nonché agli altri Sindaci ed istituzioni, alle forze sociali e alle categorie economiche interessate, di assumere ogni utile iniziativa per sventare questa ennesima espropriazione di lavoro e di ricchezza degli uomini e donne del nostro territorio provinciale, soprattutto nella parte delle zone interne più svantaggiate, dove non potrà più essere reimpiantato un patrimonio zootecnico e una pluralità di competenze umane non sostituibili o ricollocabili diversamente sul mercato del lavoro, posto anche che non sono soggetti a tutela da parte del sistema di protezione sociale nazionale (cassa integrazione in deroga).

Ringrazio dell’attenzione e per tutte le iniziative che potranno essere messe in campo per arginare e fermare il “potere” del Presidente della Cooperlat, che ha deciso e decide sulla pelle dei nostri allevatori e lavoratori, con l’incomprensibile ed inaccettabile collaborazione di “alcuni” marchigiani che si sono rivelati determinanti con il loro voto nel Consiglio di Amministrazione della prossima chiusura della lavorazione del latte fresco nella Coalac di Ascoli. Dobbiamo far capire a questi soci marchigiani della Cooperlat, che pur non sentendo il peso e la responsabilità della loro decisione, in quanto appartenente tutti all’area anconetana, devono ritrovarsi nello spirito che ci ha sempre tenuti insieme nelle Marche quando le sfide uscivano dalla nostra regione.

Distinti saluti.

Amedeo Ciccanti (consigliere comunale di Ascoli Piceno)


[1] Sulla questione della nuova “governance” conseguita dall’Assemblea per il rinnovo delle cariche sociali del 26 aprile 2012, oltre ai rilievi degli ispettori, per completezza di informazione si precisa che fu presentata una sola lista, inibendone sia la votazione nelle forme di rito e sia la presentazione di altre. Tali decisioni, ancorché assunte dall’Assemblea stessa sono contrarie alla prassi e alle procedure di legge del sistema cooperativistico e ai principi che lo sorreggono. Sul punto si fanno le seguenti considerazioni:

a)    “è noto che per ritenere valida ed ammissibile tale modalità di votazione deve essere concessa ai soci dal presidente dell’Assemblea la facoltà di cancellare dalla scheda di voto i nominativi proposti per sostituirli con altri di proprio gradimento ciò invece non è avvenuto sostenendo che “l’Assemblea è sovrana”. Concetto che se male interpretato porta molto spesso al compimento di errori ed irregolarità, non avendo la stessa poteri indiscutibili ed inoppugnabili, stante che la legge prevede la possibilità che i suoi deliberati possono essere impugnati (nullità o annullabilità) quando non siano rispettosi dello statuto, della legge e, specie nelle cooperative, di principi generali che rendono la cooperativa diversa da una società di capitali e quindi non gestibile secondo modalità non in linea con i principi di democraticità che sono sicuramente imposti da quelli cooperativistici”;

 

b)    risulta di gravità inaudita anche il fatto che i delegati sono stati chiamati a votare una lista bloccata senza che il presidente aprisse la discussione sulla sua composizione e sui soggetti facenti parte della lista e senza che venisse rappresentato ai soci  che gli stessi erano liberi di esprimere il loro voto anche nei confronti di soggetti diversi da quelli indicati in tale lista, e senza predeterminare né illustrare all’assemblea che anche chi non fosse indicato in questa lista bloccata poteva essere eletto nel c.d.A.”;

 

c)    “Sono stati violati i diritti della minoranza dissenziente che non condivideva l’arbitrario metodo di voto della lista bloccata, ed è stata operata una grave discriminazione negando la possibilità gli ex vicepresidenti del C.d.A. signori Giuliano De Santis e Pietro Cotellessa di presentare le loro candidature ad una propria lista di candidati alle cariche di amministratori diversa da quella presentata dalla maggioranza”.

 

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