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Il libro di Gianfranco Galiè fu apprezzato anche dai più giovani, che s’incuriosirono a sentir raccontare le vicende di un periodo così vivo di San Benedetto del Tronto. Raccontiamo Radio 102 attraverso le parole di Gino Troli, autore della prefazione.

“Una tenerezza di matrice leopardiana m’assale e una vera malinconia mi penetra il cuore se penso agli anni della gioventù quando, pur nella drammatica sequenza di giorni per niente facili, ci sentivamo piccoli Mameli alla ricerca di una nuova Italia. Questo libro, il libro di Gianfranco, è omerico nell’impresa e nell’epico ricordo di anime che volevano con una radio cambiare le cose, dentro e fuori di sé, con la forte speranza che il futuro sarebbe stato ben più solare di un presente che poco ci piaceva, il libro di Gianfranco è un regalo che lui ha voluto fare a tutti noi e che serberemo gelosamente tra gli oggetti che contano nella nostra vita. Brevi racconti personali, lampi di memoria misti a sogni di passato che noi stessi scambiamo per realtà – eravamo e siamo fatti ancora così – testimonianze con punti di vista personali su una storia che pure fu comune, sono diventati nella forza creativa che Gianfranco ha tra¬sfuso nel libro un materiale prezioso per la ricostruzione di un’epoca che in Italia e a San Benedetto fu vissuta con una frenesia di cambiamento e un’utopia rivoluzionaria che non ha poi avuto corrispettivi nella storia del paese, adagiatosi irreparabilmente nella condizione dello status quo permanente. Questo, però, è anche un libro corale la cui forza narrativa risiede in un anelito collettivo a recuperare un’esperienza di gruppo, perché allora la parola gruppo aveva un significato profondo di condivisione e di solidarietà interindividuale, per una causa che si riteneva davvero comune, in quanto fondata sulla concezione “naturale” di vita spesa, spesa per un bisogno, per un sogno e, come si diceva allora, per un ideale. Ci siamo sentiti spesso Gianfranco ed io per confrontare ricordi e chiavi di lettura, per individuare le fonti da cui attingere per una ricostruzione attendibile dei vari momenti che hanno scandito la storia della radio, la sua nascita, la sua resistenza, il suo tramontar e la sua morte e, se volete, il suo piccolo mito; si trattava di non commettere errori gravi nella individuazione di date, passaggi cruciali, personaggi e circostanze, ma soprattutto di condividere una linea interpretativa intorno ai rapporti che la radio ebbe con la città, la politica, il contesto degli anni ’70, la cui evoluzione verso il triste riflusso del successivo decennio si dimostrò anche attraverso la microstoria di Radio 102, che rappresenta quasi un esperimento in vitro di come di sogni si possa pure morire. Nel titolo di un capitolo cruciale per la narrazione com¬plessiva è stata posta la domanda fondamentale per capire il vero nodo della questione: microfono o megafono? In fondo ogni conflitto o controversia sulla gestione di un mezzo così nuovo, dove il linguaggio si intrecciava indis¬solubilmente con il contenuto, non solo cosa dire di nuovo ma anche come dirlo, si può ridurre a questo dubbio amletico che attraversava ogni dibattito e ogni scontro: si può certo immaginare, e il libro lo documenta ampiamente, che la tendenza ad essere megafono fu un marchio di fabbrica per chi intendeva avere ragione a priori solo per le ragioni della causa che sosteneva. Dunque megafono. Invece, a dispetto di chi dipinge ancora una generazione piena di certezze e di principi assoluti, i nostri ricordi sono di continui dubbi, di forti incertezze, di frequenti ripensamenti. Quindi microfono. E dirò di più. Sono convinto che l’invenzione di trasmissioni come Telefono Contro e la continua immissione di giovanissimi che dovevano irrobustire il palinsesto altro non erano che una modalità di ricerca, nella voce diretta degli ascoltatori, nella vena musicale originale di freschi dj, di una nuova comunicazione orizzontale dove lo iato tra emittente e ricevente doveva annullarsi, tanto da permettere una nuova era di cittadini protagonisti della storia. Come dice Gianfranco, quella canzone venne però ben 10 anni dopo rispetto al 1 novembre 1975 e la storia non eravamo più noi. Anzi, chi con un mestiere, chi con un altro, chi ancora senza mestiere, tutti forse già ripensavamo quegli anni della radio come una parentesi felice e spensierata di una vita che poi avrebbe digrignato i denti del realismo e della dura necessità. Mi accorgo che, mentre scrivo queste righe, sto ascoltando Caetano Veloso cantare sul ritmo di un samba. Quasi una premonizione, un segno dei tempi, perché il samba è nostalgia e capisco che ho scritto finora con questo ritmo nella testa. Non amavamo il samba in quegli anni (la Samba, quella rossoblu sì, sicuramente), eravamo travolti dal rock. Adesso, invece, ci gira dentro un’atmosfera diversa e abbiamo bisogno di averla, come colonna sonora, questo samba che accompagni per¬fettamente la nostalgia dei ricordi e ci alleggerisca un po’ il peso del presente, così poco vicino a quello sognato.
Anche a voi, se ne ricordate i giorni, in qualunque ruolo l’abbiate vissuta, la storia di Radio 102, scaturita dai mille ricordi di ognuno e dalla penna straordinaria di un narratore appassionato come Gianfranco Galiè, servirà a rivivere un tempo in cui la voglia di futuro premeva sul presente, facendolo sembrare incapace di contenerla. E quei microfoni ogni volta sembravano voler dire l’indicibile, voler comunicare l’incomunicabile, voler sognare l’impossibile”.

(Gino Troli)

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