SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ariete biancoceleste. Matteo Carosi non se lo lascia ripetere due volte: divora la sfera facendo ingrassare chi ha la sfortuna di difendere la propria porta. Caparbio, amico dell’area piccola, con il fisico possente si fa largo tra gli ospiti sfoggiando capigliature troppo fluenti per i guantoni dei portieri. Torna di nuovo a sgambettare sul rettangolo verde dopo un lungo infortunio, queste sono le gioie della vita.

La tua prima volta in Promozione nel 2000/01 con il Grottammare, la seconda nel 2005/06 con l’Atletico Van Goof. Non c’è due senza tre: nel 2013/14 con il Porto d’Ascoli. Tre esperienze che si accomunano o si differenziano?
“Stessa categoria ma tre esperienze diverse. Nel 2000/2001 arrivai a Grottammare come una giovane promessa – avevo come compagno mister Filippini- era la mia prima esperienza fuori dalla squadra di paese trovandomi a competere con giocatori blasonati. Nel 2005/2006 studiavo a Bologna e vidi per caso una locandina di un mach dell’Atletico Van Goof fino a poco tempo prima vista solo in televisione. Fu una sfida personale, volevo giocare in quella squadra e ci riuscii. Due anni bellissimi prima in 1° Categoria con campionato vinto, l’anno dopo in Promozione. Ero nel pieno delle forze fisiche e spensierato, è stata una esperienza che mi porterò per tutta la vita. L’anno passato sono arrivato a Porto d’Ascoli nel pieno della maturità calcistica, con tanto entusiasmo e umiltà ma consapevole dei propri mezzi. Spero di non aver deluso specie coloro che mi hanno voluto a tutti costi – mister Filippini e Peppe Santori in primis”.

Due presenze nel 2000/01, una nel 2005/06, nessuna in questa stagione per colpa di un brutto infortunio. La Promozione sembra essere un tabù da sfatare.
“E’ una domanda a cui penso ogni tanto e fino a poco tempo fa mi faceva arrabbiare. Questa categoria per me è proprio un tabù: nelle prime due esperienze per diversi motivi andai via subito con il mercato di novembre-settembre. Quest’anno invece il è stato il destino ha metterci lo zampino con l’infortunio. Ma non importa, ci riproverò senza ossessione fino alla fine della mia carriera calcistica sperando di sfatarlo”.

In Coppa sei tornato in panchina dopo mesi di tribolazioni. Emozionato?
“In coppa è stata una liberazione. Dopo il brutto infortunio subìto sono riuscito ad assaporare da vicino il campo. Speravo di entrare ed è accaduto proprio nella sfida con la Cuprense. Una emozione fortissima, erano mesi che non respiravo il profumo della sfida”.

Ed ora cosa chiedi a Matteo Carosi?
“Chiedo come sempre tanta umiltà e piedi per terra. Devo recuperare al meglio dal brutto infortuno e riprendere confidenza con il campo. Mi auguro di giocare ancora tante partite con il Porto d’Ascoli per molti anni. Vorrei ringraziare in particolare modo Oddi e Troiani che mi hanno assistito nella fisioterapia e mentalmente dandomi sempre tanta dose di fiducia“.

Siamo quasi agli sgoccioli del girone di andata, il Porto d’Ascoli dovrà cambiare aggettivo: da “matricola” a…?
“Se questa domanda venisse rivolta ad uno sconosciuto ed erano solo passate solo 8 giornate, la risposta era ancora “matricola”. Questo gruppo poggia su solide basi composte da una società che mette a disposizione una struttura e strumenti di categoria superiore. Ci sono ragazzi di assoluto valore tecnico accomunati da una splendida amicizia sia dentro che fuori dallo spogliatoio che ha portato ai successi dall’anno passato, facendo sentire i nuovi arrivati subito a casa senza tralasciare il mister e i suoi collaboratori. Con tenacia e umiltà, qualità che ci contraddistinguono dalle altre compagini, possiamo cambiare il nostro status di matricola. Siamo una splendida realtà: i nostri numeri parlano per noi”.

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