Il video sarà visualizzabile anche sui canali della televisione digitale terrestre Super J Tv, visibile al canale 603 nelle Marche e in Val Vibrata e 634 in Abruzzo.
Telegiornali ore 14 e ore 19 e in replica.
Riprese e montaggio di Arianna Cameli
Intervista di Pier Paolo Flammini

MONTEPRANDONE – Fango ovunque, uomini e mezzi ancora costretti a spalare, sacchi di sabbia posti agli ingressi delle abitazioni: si è sfiorata la tragedia a Monteprandone, precisamente nella zona industriale di Centobuchi, nel pomeriggio del 2 dicembre. Il Tronto, in Contrada Sant’Anna, ha prepotentemente rotto l’argine e si è riversato nella Vallata.

 

MONTEPRANDONE – Non è lo stesso fango. Quello del 1992, del 2011, del 2012, del 2013, e chissà quante altre date. Lo si capisce, guardandolo, vedendolo specchiato negli occhi incupiti, grigi stavolta di tristezza, degli uomini che incontri. C’è qualcosa nell’aria, c’è qualcosa che, oltre a rendere uniforme il panorama a tante altre occasioni del passato, lo rende comunque nuovo. Perché, forse, ultimo.
Quel fango è già secco, non andrà via, resterà lì ancora per chissà quanto. C’è da temere che possa essere così per sempre, e trasformare la zona industriale più dinamica della vecchia provincia in un non-luogo, una onirica rappresentazione ballardiana. Viene lavato, il fango, ma resta e resterà.
Vai da un imprenditore del Nord Italia, non vuole farsi intervistare perché “potrei dire qualsiasi cosa”, poi non si trattiene: “Mi sa stavolta me ne vado. Due anni fa sono rimasto solo per i miei operai, solo loro meritano. Ma così non posso continuare: presto riaccadrà ancora. Tre settimane fa l’acqua stava per entrare. E poi di nuovo, e di nuovo. Ho un capannone in Trentino di 10 mila metri quadri, sa che ci voglio a portare tutto lì? Una settimana, ci voglio”. Perché, spiega, “se sanno quel che è successo, i clienti non ordinano da me, e allora i fornitori chiedono immediatamente il pagamento, e le banche non anticipano più il credito”. Salta tutto: anche i quaranta e passa lavoratori.
E poi un altro, che urla e bestemmia e non vuole nemmeno l’aiuto dei mezzi comunali e provinciali. Altri ancora che vagano nelle terre incolte a ridosso del Tronto, che magari confabulano di denunce e richieste di risarcimenti.
Il Tronto, qui, ha divorato 15 metri di terra in un colpo solo, sommando ad altri 15 scomparsi qualche settimana fa. In Contrada Sant’Anna, la pista ciclabile che costeggiava il fiume ora presenta un salto di trenta metri: in mezzo, solo l’acqua del fiume che ieri, 2 dicembre, è fuoriuscito con violenza schiantando la sua forza sulla Superstrada Ascoli-Mare, a solo 50 metri oramai, e quindi invadendo tutti i fossi e dilagando nella zona industriale, fino a lambire le abitazioni. Se avesse continuato a piovere per qualche ora con l’intensità precedente, ora staremmo a parlare di qualcosa di molto più tragico.
Perché, alla fine, la colpa è di tutti. Di chi, decenni fa, restinse l’alveo del fiume. Di chi costruì nelle sue prossimità. Di chi permise di costruire. Di chi oggi non è in grado di realizzare una progettazione che consenta tutti gli interventi possibili per evitare il peggio. Di chi toglie risorse in nome di follie tecnocratiche. Dei giornalisti, che accendono e spengono i riflettori a seconda dell’audience. Non si salva nessuno.
Resterà questo fango, a ricordare le nostre colpe.

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