SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tutto ruota attorno al Centro. E’ quello il circolo della discordia, dei veleni e, soprattutto, dei conti che non tornano. Troppi i 94 tesseramenti in più registrati al Congresso del Pd rispetto all’intero 2012 (da 142 a 236) e, soprattutto, anomali rispetto al trend di Porto d’Ascoli, realtà considerata simile come bacino d’utenza.

Gianluca Pompei, lo sconfitto, non incolpa la trionfatrice Sabrina Gregori, ma non finisce di ripetere che “se le regole vengono fissate, poi vanno rispettate”. Nella sua mozione, l’ex segretario dei Gd sposava l’incremento delle iscrizioni. Così tanto da auspicare il superamento di quota mille: “Sì, ma concepivo questa crescita in un periodo a medio-lungo termine. Qui non c’è stata linearità, non c’è stato un miglioramento uguale su tutto il territorio”.

Il Centro – sarà un caso? – è stata la sezione dove il match è stato più combattuto. Pompei s’è imposto sulla Gregori, mentre Roberto Giobbi (che correva con la visibilità che si tende a dedicare ad un segretario uscente dell’Unione Comunale) ha superato il giovane outsider Iacopo Zappasodi di appena 11 preferenze. “Non sono in possesso del verbale della Commissione di garanzia – dice Pompei – tuttavia risulterebbe che il dato, seppur depurato di tutte le eccezioni citate da D’Angelo, supera comunque di 3 unità il limite del 30% di nuovi iscritti imposto dallo statuto”.

In un partito dove pure la scelta del colore delle tende di casa può generare severo dibattito, il fenomeno delle truppe cammellate non fa altro che aumentare rancori e divisioni. Da una parte i gaspariani, coi suoi fedelissimi, dall’altra i perazzoliani, ringalluzziti da un 40% che – di fatto – non limita più l’opposizione all’amministrazione comunale ai due consiglieri Emili e Pezzuoli.

“Una volta fugati i dubbi per me la storia si chiuderà, è l’ultima volta che parlo alla stampa di questo episodio. Mi auguro che anche il 2014 goda dei quasi 600 iscritti di quest’anno – ironizza Pompei – sarebbe davvero strano se l’asticella si riabbassasse a quota 470”.

L’ultimo dubbio riguarda il seggio aperto a oltranza presso la Sala Gronchi del quartiere Agraria: “Secondo le norme sarebbe dovuto rimanere aperto sei ore. Non solo si è  smesso di votare alle 21 anziché alle 18, ma si è iniziato alle 10.30”. Pompei ammette però di aver acconsentito al “pasticcio”, non opponendosi alle modifiche che stavano andando in scena. “In mattinata è arrivata la comunicazione, non mi sono opposto lo ammetto, mi pareva strumentale. Spettava al garante farlo”. Quindi osserva: “Se io e Sabrina ci fossimo mostrati entrambi favorevoli a riaprire le urne di lunedì, ce l’avrebbero permesso? Penso di no. Allora il discorso dell’assenso decade”.

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