Si aveva 15 anni, si giocava a calcio. Si sognava di avere la vita maledetta. Quella delle rockstar.

Si avevano degli amici – rari – che ascoltavano musica più stravagante. A quell’epoca, gli stravaganti erano quasi tutti metallari. Oppure conoscevano tutte le liriche di Doors e Pink Floyd.

Ed ecco questo tuo amico quindicenne, metallaro, ti parlava del nichilismo di qualche metallico d’oltreoceano. Eravate in un campo di calcio di periferia, in attesa di iniziare a giocare, con il sole che calava velocemente sulle colline. E tu, che al peso del metallo avevi sempre preferito l’imperfezione della ruggine, gli avevi detto: “Eh ho visto una foto, in una rivista musicale, di Lou Reed che si era tutto tagliuzzato la pelle e aveva delle piccole ferite sanguinanti”.

Però all’epoca non li conoscevi ancora, i Velvet Underground. Ma ne sentivi parlare. Poi è trascorso così tanto tempo che non sei più in grado di ricordare con certezza se quella foto fosse di Lou Reed, o se la memoria o l’ignoranza t’avesse ingannato.

Però ho sempre pensato a quella foto. Quando ascoltavo cose così. Piene di ruggine, per chi volesse un po’ grattarla.

 

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