Un governo da non applaudire mai. Quando intervistai Enrico Letta, durante la campagna elettorale nelle Marche, mi resi conto che non conosceva precisamente neppure i dati del Fiscal Compact (105 miliardi da recuperare nel 2015, guarda qui video) ed evitò di rispondere in merito ad un accordo di governo con Monti (poi, si sa, arrivò ad accordarsi persino con Berlusconi).

Chi piange la sua caduta, pecca di mancanza di visione e, sostanzialmente, non è in grado di capire che Letta, ancor più di Monti, è una foglia di fico che deve mediare tra le richieste di una nagzione che sta morendo e quelle della Cupola di Bruxelles, che proprio dallo strozzinaggio italiano e dalla mancanza di reazione di una popolazione interdetta lucra (attraverso tassi di interesse prossimi allo zero nel Centro Europa, attraverso l’abbandono dello Stato dall’economia italiana, attraverso una forza lavoro oramai con le pezze al sedere) e gode dell’asservimento perfetto.

Forse nulla mai di più umiliante è accaduto nell’intera Europa moderna come la minaccia di una procedura di infrazione per uno 0,1% di scostamento del rapporto debito/pil: milioni di disoccupati, milioni di sotto-occupati, gli imprenditori suicidi e quelli disperati, hanno subito il più grande oltraggio possibile, la più vergognosa politica pro-ciclica (ovvero recessiva nel mezzo di una recessione). Mentre il resto d’Europa ha anche raggiunto, in questi anni, rapporti fino al 10% (ed ecco perché la Spagna oggi respira, seppur affannosamente), l’Italia è costretta a portare l’Iva al 22% (o aumentare le accise sulla benzina: è la stessa cosa) e a mantenere altissima pressione fiscale e taglio della spesa pubblica, specie per investimenti trainanti per l’economia interna.

Per Olli Rehn, ex calciatore finlandese e commissario europeo all’Economia (non eletto), per Mario Draghi, presidente della Bce (direttore generale del Tesoro presente sul panfilo Britannia quando si decise la svendita del patrimonio industriale pubblico italiano, nel 1992), per Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia e uomo-ombra di Draghi nel governo Letta, per Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica italiana, ex comunista migliorista ma garante dell’osservanza neoliberista in Italia, è più importante il rispetto assurdo di numeri sui computer del bilancio pubblico che lavoro, istruzione, sanità, prosperità e, perché no, un pizzico di felicità per milioni di persone.

Tutti coloro che sostengono ingenuamente questo governo e si stracciano le vesti timorosi delle conseguenze della sua caduta, devono sapere di essere ingenuamente (si spera) corresponsabili del disastro evidente compiuto anche da questo governo. L’addio di Berlusconi e dei suoi ministri deve essere salutato come un toccasana rigenerante, altro che lutto istituzionale (!): forse è l’occasione buona e definitiva per evitare che continuino a far danni (non lo sarà).

Bisogna saper leggere tra le righe, osservare tic e capire i lapsus di questi signori. E’ interessante leggere in controluce la stampa mainstream, come l’ultra-austero Repubblica, perché si riesce a capire cosa è accaduto e sta accadendo.

Fa ridere – se si capisce il contesto in cui ci troviamo – leggere su Repubblica.it un titolo così: “Crisi di governo, allarme conti: “La legge di stabilità la fa la Troika“. Il virgolettato apparterrebbe a Stefano Fassina, che è sottosegretario all’Economia, che è del Pd, che sarebbe un keynesiano.

Attenzione a questo passaggio: “Una prospettiva, quella di vedere arrivare a Roma gli ispettori di Fondo monetario internazionale, Unione europea e Bce, che il governo Monti era riuscito faticosamente ad allontanare con una impopolare politica di sacrifici e che ora si riaffaccia prepotentemente”.

Ecco dunque cosa sta succedendo in Italia: la politica finge di decidere e di litigare, ma è tutto deciso dal “pilota automatico” della Troika (Fmi, Ue, Bce), la quale, se il Paese non rispetta gli accordi presi, allora si  manifesta direttamente.

Avviene come se un sadico godesse di un potere esclusivo su un povero martire, e lo obblighi a sevizie violente (“impopolare politica di sacrifici”). Se invece il martire smette di auto-infliggersi violenza, allora il sadico è costretto ad agire direttamente per continuare il suo turpe gioco.

In entrambi i casi il martire soffre ma non muore, perché se morisse dissanguato l’oggetto del potere per il sadico svanirebbe. Deve soffrire, ma non morire.

Così gli italiani devono soffrire, ancora molto, ma non devono ribellarsi.

 

 

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