SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Afferma di non avere pupilli. Poi però ammette candidamente: “Gian Maria Volonté è stato il miglior attore con cui ho lavorato. Girò con noi Tre colonne in cronaca, un bel film, che purtroppo non riscosse tanto seguito. Poi c’è Gigi Proietti, un fenomeno. E’ capace di oscurare chiunque gli venga messo accanto”.

Pensieri e parole di Enrico Vanzina. Quasi cento sceneggiature cinematografiche all’attivo e tanta voglia di non fermarsi. “Perché scrivere allontana la morte”, come gli confessò una volta Ennio Flaiano. A San Benedetto ha presentato giovedì sera “Il gigante sfregiato”, suo primo romanzo giallo, che ha concluso gli appuntamenti della trentaduesima edizione degli “Incontri con l’autore”.

Figlio di Steno e fratello del regista Carlo, la carriera di Enrico Vanzina è un continuo saltellare tra grande e piccolo schermo. “Possiamo dire di aver dato il via alla fiction televisiva seriale con I ragazzi della Terza C, un grandissimo successo della tv commerciale. Mi divertii molto. Per l’anno prossimo è previsto su Raiuno un progetto con Christian De Sica, lo cominceremo a scrivere a settembre”. Si dovrebbe invece chiamare San Lorenzo il nuovo lavoro targato Mediaset: “Sarebbero tantissime puntate, per quella che sarebbe a tutti gli effetti la prima fiction multietnica”.

Sul podio delle pellicole del cuore inserisce Il pranzo della domenica, il primo Vacanze di Natale e Sapore di mare. Quest’ultima rappresentò il trampolino di lancio per De Sica, amico d’infanzia. “Era già apparso in Viuuulentemente mia, tuttavia Sapore di mare fu la sua prima vera occasione. Lottammo con i produttori che non lo volevano, ci dovemmo imporre. Conoscevamo il suo talento”.

Il cinepanettone ha segnato la carriera di entrambi. Oltre a quella di Massimo Boldi: “Alcuni loro duetti erano irresistibili. Andando in giro per l’Italia sento chiedere come mai non siano più assieme. La vita va così, mi dispiace, non posso farci nulla. Una reunion non è assolutamente possibile”.

Diverse volte i Vanzina hanno messo la testa fuori dall’Italia. “Gli americani? Di un’altra categoria, decisamente. Ricordo positivamente l’esperienza con Leslie Nielsen, in occasione di S.P.Q.R. Ma anche Rupert Everett fu fantastico. Non sapeva una parola di italiano, eppure in South Kensington recitò esclusivamente nella nostra lingua”.

Se c’è una pratica poco amata è quella dei sequel. Di seguiti dei suoi successi ne ha firmati pochi, in alcuni casi limitandosi al mero soggetto. Banzai è invece il film che non rifarebbe: “Era il seguito di Io no spik Inglish, che era stato carino. Paolo Villaggio ci convinse. Il motivo? Voleva assaggiare la cucina giapponese a Tokyo”.

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