SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tre mesi, poi addio. Roberto Giobbi traghetterà il Partito Democratico fino al congresso, per mollare subito dopo la patata bollente al segretario vero e proprio: “Quel giorno sarò felice di farmi da parte, per tanti motivi. Per ricoprire quel ruolo non basta essere bravo ed innamorato del partito. Occorre avere anche il fisico, il lavoro è davvero pesante, va fatto bene”.

Trentadue preferenze ottenute per un quorum fissato a quota ventinove, sei schede bianche ed altri diciannove aventi diritto al voto che hanno preferito disertare la seduta. La serata all’Hotel Progresso a tutto ha contribuito, tranne che a ricompattare un Pd sempre più dilaniato al suo interno. “Immaginavo che non vi sarebbero state altre candidature – confessa Giobbi – è giusto che i veri pretendenti alla poltrona si presentino a novembre. Il mio gesto è motivato dalla volontà di evitare il commissariamento, il partito non lo meritava. Ho chiesto a Felice Gregori di compiere un ultimo sforzo, di tornare in sella per novanta giorni. Avrebbe potuto accettare l’invito, sarebbe stato più libero di quanto non sia stato nei sette anni precedenti”.

Si aspettava un consenso più ampio?
“Non cerco la maggioranza bulgara. Alle Unioni Comunali 57 partecipanti non si sono mai visti, al massimo toccavamo i 50. Ho un solo desiderio: tornare a far parlare gli iscritti. Nelle ultime riunioni quasi si è sfiorata la rissa. Voglio riportare discussione e tranquillità”.

Non c’è il rischio che ci prenda gusto? Qualcuno ipotizza che questo possa essere solo un primo passo per una seconda candidatura.
“Se tutto va bene tra tre mesi lascio, Sarebbe la mia vittoria. Certo, qualora non vedessi una situazione unitaria e qualcuno mi invitasse a sacrificarmi non direi di no”.

Una corrente minoritaria del Pd avrebbe preferito una conduzione temporanea del movimento ad opera dei tre segretari di circolo con la supervisione di Di Francesco.
“O si votava per il nuovo segretario, o si commissariava il Pd. Non esistevano altre strade”.

I suoi detrattori la giudicano eccessivamente vicino al sindaco Gaspari.
“Chi lo dice non mi conosce. Li farò ricredere, tenterò di far cambiare idea a chi mi vede col fumo negli occhi. Promuoverò il dibattito e il confronto. Credo tuttavia che nei partiti le decisioni prese a maggioranza dovrebbero essere la regola”.

“Pure la Tour Eiffel non fu accolta bene dai francesi”. Pronunciò veramente queste parole in difesa dell’installazione delle pensiline fotovoltaiche?
“Sì, ma era un paradosso. Chi costruì la torre Eiffel non pensava a un’opera d’arte, eppure diventò nel tempo simbolo di Parigi. Le pensiline sono brutte, però assolvono al loro compito. Pensiamo a renderle più gradevoli”.

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