SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Di figlio in padre. Come il titolo del libro presentato giovedì sera alla Palazzina Azzurra, all’interno del Festival Bizzarri. Ma anche come la passione per la musica, trasmessa da Manuel De Sica a papà Vittorio. “La amava molto, addirittura più del cinema. Nei suoi desideri c’era quello di diventare direttore d’orchestra, piuttosto che regista. Aveva stima del mio modo di essere e di comporre. Gli feci conoscere molti compositori di cui ignorava l’esistenza; negli ultimi anni della sua vita lo portai con me a molti concerti”.

Cinque i film dell’icona del neorealismo a cui Manuel regalò le proprie colonne sonore. L’esordio con Amanti (a nemmeno vent’anni), poi Il giardino dei Finzi-Contini (che gli valse una nomination all’Oscar), Lo chiameremo Andrea, Una breve vacanza e Il viaggio. Più Il leone, episodio incluso nella pellicola Le coppie. “Quella dei Finzi-Contini è ancora oggi è la colonna sonora che mi porto appresso con più piacere, nel tempo ho realizzato diverse versioni e stesure”.

Come nasce la musica di un film?

“La norma è quella di vedere il film di fronte ad un montaggio precostituito su cui si possono immaginare e intravvedere arrangiamenti. Raramente si compongono le melodie prima delle riprese, a meno che non si tratti di playback. In quel caso la scena va mimata”.

Meglio collaborare ad una pellicola drammatica o leggera?

“Io sono un cinefilo, ho mangiato tutti i tipi di cinema. Sono pronto a tutti i cambiamenti di modalità compositiva. Certo, con la commedia un compositore si trova meno bene. Quel genere ha il limite di non consentire alla musica di intervenire quando c’è di mezzo un attore comico. La presa diretta va infatti lasciata intatta, dato che la musica la imbolsirebbe. La musica è essenzialmente un fenomeno drammatico”.

Quanto influisce la sua categoria nella riuscita di un progetto cinematografico?

“Sono sempre convinto di essere uno che porta le cose giuste. Nonostante ciò siamo sempre i capri espiatori quando le cose vanno male. Non è così. Non miglioriamo le sorti di un film e non le peggioriamo. Siamo semmai complementari”.

Suo padre vi ripeteva continuamente: “Non dite mai quello che pensate”. La considera una legge del cinema?

“E’ un errore, tuttavia lo capivo. Tra artisti non si può essere sempre sinceri. Spesso i set sono un mondo di menzogne. E’ difficile dire la verità in faccia a qualcuno, si va ad investire l’area orgogliosa di ognuno di noi. Nel nostro campo è faticoso essere trasparenti”.

Per anni gestì parallelamente due famiglie differenti. L’una non sapeva dell’esistenza dell’altra. Fino al momento della scoperta: quale fu la vostra reazione?

“Noi figli ci conoscemmo che eravamo già molto grandi. Ridemmo molto, la situazione era paradossale. Per lui era doveroso che le due famiglie rimanessero separate. L’opposto di Rossellini, che sosteneva l’idea della famiglia allargata. Vittorio e Roberto avevano diverse impostazioni mentali. Quest’ultimo era più avanti, o forse più spregiudicato”.

Come definirebbe Vittorio De Sica?

“Geniale”.

Ha spesso collaborato pure con suo fratello Christian. Di lui che ci dice?

“Lo stimo molto più come cantante che come attore. Ha una voce che non conosce rivali in Italia, ne sono convinto. Come attore, al contrario, lo trovo discutibile”.

Con suo cognato Carlo Verdone ha invece lavorato solo in occasione di Al lupo al lupo, film che tra le altre cose rappresentò l’ultima apparizione al cinema di sua madre, Maria Mercader.

“Carlo ha dei gusti rockettari, mira a musiche non vicine al mio mondo. Ma per Al lupo al lupo gli servivano musiche sinfoniche, allora mi contattò”.

La televisione non la appassiona?

“Purtroppo la fiction italiana, per come è concepita, non è stimolante. Si tende a mettere tanta musica per supportare dialoghi non sempre validi, mentre in America le serie televisive sono quasi superiori al cinema”.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 1.188 volte, 1 oggi)