Mi scrive un amico. Dal Veneto.

“Ieri si è suicidato un amico, X, barista qui a Treviso. Solito copione, un debito di un entità normale se si pensa alla vita di lavoro che spetta ad un esercente di un locale pubblico, e invece quel debito di 70 mila euro è diventato una montagna di ossessioni e di paure di non farcela, di perdere tutto, la faccia, la casa ipotecata dei suoi, il bar. Per mesi prova a venderlo, ma in questo momento è impossibile persino svenderlo e gli amici dicono che ci scherzava pure, chiedeva loro se avevano visto quel programma “mille modi per morire” quello dove analizzano suicidi, morti casuali, omicidi. Ieri si è impiccato nel retrobottega del suo bar del centro, sul bancone un biglietto con scritto “Dopo otto anni sono finalmente libero. W l’Italia” Auguro a me stesso di riuscire ad usare in qualche modo, tutta quest’angoscia”.

Mi scrive una conoscente, di San Benedetto del Tronto. Gianna Pulsone, una donna impegnata nella società e anche nella politica cittadina. 

“Fino a quando noi comuni mortali dobbiamo sacrificarci per mantenere gli stipendi e le pensioni dei notri politici? Io mi autodenuncio: il 30 novembre non ho pagato l’acconto Irpef e il 17 dicembre non pagherò l’Imu. Il mio sarà uno sciopero individuale ad oltranza. NON VI SOPPORTO PIU’, VOGLIO VIVERE”.

6 dicembre 2012.

 

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