MARTINSICURO – Giornalista, artista, critico d’arte, fotografa, art director per diverse manifestazioni di prestigio nel Piceno e nel Teramano (tra cui gli eventi del Marche Centro d’Arte e il Martinbook Festival), donna vulcanica e madre instancabile. E’ impossibile imbrigliare Giuseppina Pica in una definizione unica, che ne racchiuda la trabordante essenza. Trentadue anni, originaria di Colli del Tronto, da un anno vive tra Martinsicuro e il Kosovo, dove lunedì 19 novembre ha inaugurato, presso la Galleria del Ministero per la Cultura di Pristina, la mostra fotografica “Somewhere”: un progetto di Terre des Hommes di sensibilizzazione contro gli abusi sui minori che ritrae, nei 23 scatti selezionati, bambini rom, ashkali, egypt, albanesi e bosniaci in un campo estivo. Immagini di volti sorridenti e trasparenti, che lasciano intravedere una sorprendente bellezza dell’anima, come solo può essere quella di ogni bambino, e che Giuseppina Pica ha saputo far emergere in tutta la meravigliosa essenza. In un’infanzia difficile, la felicità è concessa solo cinque giorni all’anno: il tempo della permanenza in una colonia estiva dove, attraverso giochi ed attività didattiche ed educative, ad ogni bambino è restituito il diritto alla serenità, violata, in tutto il resto dell’anno, da difficili condizioni familiari. Una mostra che per il suo intento sociale e umanitario varcherà i confini del Kosovo, con una promozione a livello internazionale attraverso un calendario benefico e la traduzione del catalogo in diverse lingue.

Come è nata la collaborazione con Terre des Hommes e in cosa consiste il progetto “Somewhere”?

L’incontro con l’associazione è stato del tutto casuale, grazie ad un convegno in cui era presente uno dei responsabili di Terre des Hommes Kosovo. “Somewhere” è un progetto fotografico di Terre des Hommes delegazione Kosovo, nell’ambito del Progetto Sicurezza Protezione per i bambini, sostenuto dall’Agenzia per lo Sviluppo svizzera, l’Unicef, Giz, realizzato in stretta collaborazione con il Governo del Kosovo e i Comuni.

“Somewhere” è un non-luogo in cui si rappresenta la solitudine degli unici cinque giorni all’anno di gioco per i bambini della comunità rae (rom, ashkali, egypt), albanese e bosniaca del Kosovo. E’ il racconto di una colonia estiva che vive esclusivamente per volontà di Terre des Hommes, ma che, contemporaneamente, non esiste perché relegata in uno spazio definito e tuttavia precario: un luogo sospeso nel tempo che ci racconta ancora una volta una storia d’infanzia negata. Somewhere vuole cogliere il gioco, ma sopratutto il momento di normalità che viene concesso quasi non fosse un diritto, ai piccoli rom che crescono consapevoli della loro infanzia solo nello spazio circoscritto di quei cinque giorni. Tutti i restanti trecentosessanta sono storia nota: la strada, la carità, i soprusi famigliari. La settimana di Terre des Hommes in Kosovo non è scontata, ma assume il sapore del privilegio, poiché svela alla giovane comunità rom che cosa vuol dire essere bambini. Somewhere vuole raccontare il sorriso dei più piccoli che, molto probabilmente, non dimenticano mai neppure in quel frangente chi sono e da dove vengono, ma riescono comunque ad abbandonarsi al gioco, come solo i bambini sanno fare, noncuranti dal prima e del dopo.

Quale è stato il metodo di lavoro che hai seguito in questo progetto?

Ho voluto raccontare il somewhere di questi bambini, il loro intimo, lontano dalla superficialità dei luoghi comuni legati all’etnia. Volevo esclusivamente ritrarli in un contesto emotivo semplice, per far sì che la bellezza delle loro personalità potesse facilmente emergere dagli scatti. Non c’è stato niente di prestabilito. Gli unici accessori che mi sono concessa sono stati una piuma di corvo per solleticare le risa infantili e i fogli di carta bianca. Sapevo che avrei utilizzato le ombre per ottenere un somewhere asettico e con un’eco romantica che potesse mettere ancor più in evidenza le peculiarità di ognuno di loro.

Che cos’è che ti ha colpita maggiormente di questa esperienza?           

Sicuramente la bellezza dei bambini: la loro capacità di muoversi, di agire, di rapportarsi con me e con gli altri operatori, il modo di sorridere alle e delle cose che li circondano. Il modo di sorridere ad occhi estranei. Ho visto 546 bambini dal comportamento composto e discreto, senza urla o pianti, pretese o capricci. Mentre mi confrontavo con loro senza parlare una parola di albanese e dunque solo grazie alla mimica facciale, pensavo ai figli della nostra società moderna e a quello che sarebbe accaduto in una delle nostre colonie estive. Pensavo a come sia facile cambiare e migliorare l’esistenza quando si può ripartire dai bambini, e a quanto sia stupido lasciarsi sfuggire una tale prodigiosa possibilità.

Da un anno a Pristina: parlaci di questa città dalla storia complicata ed affascinante

Pristina è una realtà in forte sviluppo, uno sviluppo che è arrivato all’improvviso, tutto insieme a ridosso dell’indipendenza del paese. La città ne è stata travolta, non era assolutamente preparata allo sbarco tanto americano quanto europeo. A cinque anni dall’indipendenza, la comunità vive di contrasti ed eccessi. Interessante sicuramente, ma viverla tutti i giorni è piuttosto impegnativo.

L’Europa sta facendo molto per creare le condizioni di pre accesso all’Unione, ma il nostro modo di vivere che tanto piace alla popolazione del Kosovo lo sento e lo vivo come una forma di colonizzazione obbligata. Le radici sono importanti, e sarei cauta nel metterle da parte per una lattina di Coca-Cola e un vestito di Zara.

Giuseppina Pica giornalista, fotografa, artista, mamma di una bambina e di un’altra in arrivo a dicembre. Come conciliare con successo lavoro e famiglia?

Sono organizzata, frenetica, instancabile. Come tutte le madri che decidono di continuare a lavorare o che per necessità devono farlo. Ho sempre considerato le mie attività parti essenziali della mia persona. Opero nel campo dell’arte e della comunicazione da oltre 10 anni e non potrei mai immaginare la vita senza “le mie faccende”. Le due cose, famiglia e lavoro si equivalgono e spesso compenetrano. Vivere tra due paesi così differenti non è semplice e non c’è molto spazio per gli errori. Ho due case, un compagno, quasi due figlie, due gatti, un cane, ed un lavoro che seppur ridimensionato per ovvi motivi logistici, è sempre una parte molto importante della mia persona. Il mio giardino è rigoglioso di fiori bianchi, come lo è la mia cucina di zenzero e cannella. Quando nascerà Marlene pianterò un salice piangente e una betulla. Lidia è un pesco giapponese bianco. Tutti hanno le loro esigenze e le donne che leggeranno quest’intervista sanno perfettamente che cosa significa dover sopperire almeno a sufficienza alle richieste dell’orda di “barbari” della propria famiglia. Insomma io credo che la parola che maggiormente mi rappresenti sia motivazione. Nel caso di “Somewhere” ero al quinto mese di gravidanza e scattavo foto con 40 gradi all’ombra, tornavo a casa e facevo tutto quello che fanno le casalinghe disperate del 2012. Ma la mia è solo una storia di tutti i giorni, che appartiene alla maggior parte delle donne che hanno deciso di vivere la famiglia e realizzarsi professionalmente. E poi in ogni caso, a beneficiare del mio lavoro sono anche i miei cari che mi sostengono e supportano in tutto.  

 

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