SAN BENEDETTO DEL TRONTO – In scena da oltre quattro anni, con più di centodieci repliche all’attivo. “L’avventura dovrebbe essere giunta in dirittura d’arrivo, ma non si sa mai. Ogni stagione ci diciamo che è l’ultima, poi invece…”. Ci scherza su Paola Pitagora, protagonista insieme a Roberto Alpi di “Honour”, spettacolo che approderà al Teatro Concordia di San Benedetto giovedì prossimo. Un testo “bello, leggero, profondo”, scritto dall’australiana Joanna Murray-Smith: “La trama si incentra su un matrimonio pluridecennale che improvvisamente va in crisi, con il marito che improvvisamente si innamora di una ragazza più giovane. Una vicenda trattata in maniera molto particolare e originale. Sinceramente ci trovo molto poco di italiano”.

Per quale motivo?
“Semplice: il marito italiano terrebbe i piedi in due staffe nel rispetto dell’ambigua cultura cattolica. Qui, al contrario, la confessione alla moglie è immediata, tuttavia non meno dolorosa. Honour, il personaggio che interpreto, soffre molto e accusa il colpo”.

Pare una storia spietata.
“La Murray affronta la materia in maniera netta, persino comica. La moglie ci sta male, s’incazza, ma cerca di comprendere i motivi della rottura e pian piano riscopre una parte di se stessa accantonata. Il tradimento fa paradossalmente crescere tutti. Nessuno dei personaggi è il male, tutti sono perbene. La moglie, l’amante e la figlia si confrontano più che contendersi l’uomo. Alla fine ognuno matura, soprattutto Honour”.

Come ha sposato questo progetto?
“Una volta proposto finì nel cassetto. Lo ritirai fuori successivamente. Capii che poteva funzionare. Alpi è un compagno d’avventura perfetto, non riuscirei a immaginare un altro attore in questo ruolo. E’ un ottimo partner professionale, anche se ci ha fatto più volte penare per via dei suoi fitti impegni con CentoVetrine”.

Nel 1967 intepretò Lucia Mondella nello sceneggiato tv “I promessi sposi”, mentre oggi veste i panni di Honour. Due personaggi innamorati in maniera totalmente diversa…
“Assolutamente. Lucia e Renzo erano i tipici bravi ragazzi innamorati e ostacolati dal potere. Comunque la storia può essere ugualmente attuale”

Che ricordo porta con sé di quell’esperienza?
“Mi ha segnato, era normale che andasse così. Me ne sono fatta una ragione, ci fu una fortissima identificazione; in quegli anni Manzoni rappresentava la lingua italiana e la televisione sponsorizzava la cultura. Questo accostamento mi accompagnerà per l’eternità”.

C’è poi stata l’avventura decennale di “Incantesimo”.
“Giovanna Medici era diventata una di famiglia, fu divertente. La serie ad un certo punto andò incontro a delle difficoltà e salutai. Mi riavvicinai al teatro che non avevo mai lasciato del tutto. Il palcoscenico per me è un punto di confronto diretto col pubblico”.

In tv come a teatro, quanto la lunga serialità rischia di appannare l’entusiasmo di un attore?
“La ripetitività ucciderebbe un elefante, meglio suicidarsi prima. Ma a teatro è diverso, vige una forza misteriosa. Forse perchè ogni sera il pubblico cambia o perchè scopriamo puntualmente aspetti nuovi dei personaggi. L’entusiasmo non ci abbandona mai”.

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