ASCOLI PICENO – Il primo passo dentro l’ufficio più autoritario del comune che si tramuta nel primo gradino della scaletta che conduce al patibolo. Il cittadino mascherato da boia perora accusa, difesa, arringhe finali, emette sentenza e la applica con le proprie mani.

Un quadretto inquietante che poco si discosta da quella che è la celata (ai molti) realtà quotidiana che molti sindaci italici debbono affrontare. L’occasione per fare la radiografia alle vite in costante oscillazione dei “borgomastri” contemporanei è offerta dal Consorzio Universitario Piceno che ha da poco inizializzato una serie di seminari itineranti dove verranno trattati temi come l’internazionalizzazione, l’innovazione e la governance locale.

La Libreria Rinascita ha fatto da aula di tribunale poi convertitasi a terapia di gruppo per molti sindaci di comuni limitrofi. Ospite d’onore il primo cittadino di Forlì, Roberto Balzani, che col suo libro “Cinque Anni Di Solitudine” analizza quello strano animale che per volere del popolo indossa la fascia tricolore e che per mezzo decennio, se non uno intero, è chiamato a trasformarsi in una entità istituzionale spesso costretta ad entrare in conflitto con le proprie più basilari essenze di essere umano.

Il primo intervento è stato del prefetto Graziella Palma Maria Patrizi, la quale ha offerto ai presenti un interessante excursus storico sulla figura professionale che lei rappresenta.

Gianluca Vagnarelli dell’Università di Macerata lascia parlare le Slide che inesorabilmente tracciano un quadro pessimo sulla crisi della politica e sulle percezioni dei cittadini nei confronti di essa.

Sono tre i punti focali: La crisi dello Stato-Nazione a causa della globalizzazione, che fa venir meno il dominio statale dello spazio rendendo lo Stato non è più il perno della vita sociale. Inoltre, la crisi dell’idea di rappresentanza politica  attraverso il fenomeno dell’antipolitica, che la sta colonizzando subordinandola a logiche ad essa estranee. Questo comporta un duro contrasto tra la volontà degli eletti e quella degli elettori. Infine, la crisi della classe dirigente, sempre più carente di moralità ed autorevolezza, ingorda di super-stipendi e palesemente sbilanciata quando si accostano retribuzioni e qualità dei politici”.

Per Balzani esiste un divorzio evidente tra la società politica e quella civile il cui sindaco è uno dei punti di tensione tra le due forze.

“E’ stretto da una morsa appena entra in carica e subisce la delegittimazione dell’opinione pubblica in virtù di una forma mentis popolare. Deve rendere conto ad un’intera comunità vivendo un difficile rapporto tra l’incerta decisione da assumere, il contesto e l’irrigidimento burocratico delle amministrazioni. I cittadini domandano e vogliono una risposta che per tempistiche non coincide con i tempi delle amministrazioni. Un anacronismo permanente in cui vivono gran parte dei sindaci, spesso abbandonati a loro stessi”.

Qual è il colmo per un sindaco? Essere fuori dal comune. Eppure, più che una becera battuta da bar questo sembra lo stato dei fatti. Tante le testimonianze dei diretti interessati (Giovanni Gaspari, Guido Castelli, Patrizia Rossini, Stefano Stracci, Nazzarena Agostini), tutti stereotipizzati da due comun denominatori: la profonda e quasi spirituale passione per la gestione pubblica e l’incatenamento istituzionale a loro imposto da fattori quali burocrazia, eccessive aree d’intervento, eterno conflitto tra desidero e limitate risorse, solitudine, pregiudizi, incomprensione. Per reggere alla tensione occorre necessariamente essere fuori dal comune.

E’ giusto criticare. Quando serve. E’ anche imperativo comprendere. Quando necessario.

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