SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Affondamento del Rita Evelin, la verità non riesce a venire a galla. Cosa sia successo in quella notte, ancora non si sa. Il mare era calmo, non tirava vento, ad un certo punto il peschereccio comincia a  sbandare  e ad oggi non se ne conosce il motivo.

Sentito nell’udienza del 6 novembre l’unico sopravvissuto di quella notte, il capitano Nicola Guidi che si difende dall’accusa di omicidio. Alla presenza dell’avvocato difensore Francesco Voltattorni, il Pm Cinzia Piccioni e il giudice Giuliana Filippello, Guidi continua a ribadire di non sapere cosa sia successo all’imbarcazione durante la notte tra il 25 e 26 ottobre del 2006.

Dell’equipaggio formato  da Luigi Luccheti, Ounis Gasmi e Francesco Annibali, proprio quest’ultimo era sveglio sulla plancia mentre gli altri dormivano.

Il pm incalza soprattutto sulle due versioni di Guidi, una data alla guarda costiera  sia per radio sia personalmente nei giorni successivi, in cui si avvince che il capitano fu svegliato da Annibali, poi in un secondo momento si è parlato di risveglio dovuto allo sbandamento del peschereccio. “E’ successo tutto velocemente e forse tra i rumori della barca e il richiamo di Annibali, non so cosa sia avvenuto prima. Mi ricordo che gli chiesi cosa era successo e che lui non mi rispose. Erano tutti molto agitati in quel momento”.

L’avvocato Voltattorni ha invece puntato a chiarire due punti: il ritrovamento del corpo di Annibali in maniche corte, nonostante fosse ottobre inoltrato e  poi il come mai della certezza per il capitano che i corpi dei compagni fossero rimasti nell’imbarcazione.

Guidi: “Annibali era vestito leggero perché nel peschereccio i termosifoni sono sempre accesi, anche d’estate, per togliere l’ umidità. In più non è che si trovasse all’aperto, ma era in una cabina. Sapevo che i corpi erano rimasti bloccati nell’imbarcazione perché, come ho precisato non c’erano né venti né correnti particolari, il mare era piatto. Se fossero stati in acqua i miei compagni sarebbero stati vicino a me e alla scia di carburante disperso in mare. Ho provato comunque a chiamarli a fischiare, ma niente”.

Dopo l’ennesima ricostruzione dei momenti che seguirono il primo sbandamento della nave e la conferma di Guidi che fu proprio lui a distribuire giubbetti di salvataggio e fischietti e ad invitare l’equipaggio a seguirlo,  giunge il commento lapidario del giudice Filippello: “La legge non richiede eroismo, ma il faccio strada equivale all’abbandonare per primi la nave”.

Il capitano risponde: “Più che distribuire l’equipaggiamento di salvataggio e indicare le modalità per l’uscita dal mezzo cosa dovevo fare?”

Ultima richiesta del difensore, dopo aver come  ricordato come dato di fatto che l’elica era sgranata,  è stata quella di descrivere le condizioni visive una vota in mare, dove, lo ricordiamo Guidi è rimasto più di tre ore.

“Sono miope, non avevo gli occhiali con me e la notte era senza luna- commenta il capitano- ma vedevo delle luci da lontano”.

La discussione del processo avverrà a dicembre

 

 

 

 

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