“Il mondo è pieno di nazioni che hanno saputo svoltare, hanno reagito dopo decenni o persino secoli ad un declino che sembrava irreversibile”: si conclude così l’ultimo libro di Federico Rampini, giornalista di Repubblica, giornale per il quale è corrispondente a New York.

Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale. Falso!” (Laterza, pagine 110, euro 9) è un’agile ricostruzione della crisi economica in atto (soprattutto sulle due sponde dell’Atlantico settentrionale) e di uno dei leit motiv più ricorrenti: “Viviamo al di sopra delle nostre possibilità”.

Domanda che però resta in parte sospesa: perché Rampini sembra individuare “nell’Europa germanica, con l’inclusione di Svizzera, Austria, Olanda e i paesi scandinavi”, il vero modello europeo di welfare pubblico e di competitività privata. Diversa invece la situazione negli Stati Uniti, dove Rampini vive da anni e dove lo Stato sociale sembra regredire persino in periodo di Obanomics. Negli States “i 300 mila americani più ricchi, che non sono il famoso 1%, bensì una elite ancora più ristretta: 0,1%” sono il segnale di una società improvvisamente statica, dove la mobilità sociale è ai livelli minimi, “e l’elite di top manager, in larga parte banchieri, hanno imparato ad organizzarsi politicamente alla luce del sole con organizzazioni come la Chamber of Commerce, think tank come il Club for Growth e American Tax Reforms”.

I capitoli dedicati agli Usa sono forse i migliori; perché Rampini vive lì da anni, quindi conosce la politica e la società statunitense, ma nonostante ciò resta italiano ed europeo, quindi osservatore implacabile e non condizionato.

Quando infatti lo sguardo di Rampini si sposta in Europa, il libro resta molto interessante ma più che la denuncia (cosa altro sono quelle pagine dove leggiamo “dal 1978 a oggi l’1% degli americani più ricchi hanno visto i loro redditi aumentare del 256% mentre il potere d’acquisto della famiglia americana media è rimasto stagnante” se non una denuncia?) si passa all’analisi.

Analisi degna di un giornalista molto bravo a scrivere di economia e politica (la prosa non è affatto appesantita), e anche di un intellettuale che riesce a mostrare le diverse opzioni in campo, ma più attento o più in difficoltà, forse, a non prendere una posizione chiara. Resta sempre un sottofondo: ammirazione per l’Europa germanica ma il dubbio che senza il dominio monetario dell’euro la situazione non sarebbe affatto tanto netta a favore del club nordico.

Nonostante questo, le pagine dedicate da Rampini all’Europa e all’euro sono davvero interessanti: “La Germania non è riuscita a disciplinare anche noi mediterranei, oppure non è stata mai veramente interessata a farlo?” Questa domanda, di fatto, resta senza una risposta certa. Il Sud Europa corrotto e inefficiente, l’Italia “grande malata” di produttività, e al fianco una Germania culturalmente disinteressata a diventare “locomotiva” (come lo sono gli Stati Uniti) e invece attenta a non facilitare uno sviluppo armonico del continente (a partite dalla tempesta valutaria del 1992, innescata dai costi della riunificazione, per continuare con l’austerità imposta a chi dovrebbe essere “guarito” con ben altre cure).

Rampini ondeggia tra queste due ipotesi, considerandole – forse giustamente – due facce della stessa medaglia. Un po’ di delusione c’è, rispetto al titolo del libro: perché sembra che uno Stato sociale sia possibile solo nell’Europa germanica, e invece diventi una chimera negli Usa (a causa del sistema politico) e nell’Europa mediterranea e cattolica (per regresso sociale ed economico).

Rampini inoltre, gli va dato atto, ha l’ardire di aprire una nuova finestra dedicata alla Teoria della Moneta Moderna (Modern Money Theory, MMT), ricordando che “le grandi crisi partoriscono grandi idee, la MMT ha l’ambizione di essere la vera erede del pensiero di Keynes, adattato al XXI secolo (…); una rivoluzione copernicana (…); considerano ciarpame ideologico i vincoli finanziari imposti dall’alto (…) e non sono una corrente marginale”.

Ne aveva già scritto su Repubblica qualche mese fa: non è poco.

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