CUPRA MARITTIMA – Son passati tredici anni dalla sua morte, ma ancora della sua poesia se ne percepisce l’eco. Fabrizio De André ha lasciato veri e propri orfani in Italia e molti di questi si sono uniti in cover band per imitare il loro maestro per far sì che non se ne perdessero le sonorità e le parole. Ma cantare De Andrè implica un impegno più intenso e carico di tensione, il “lavorare sulle ceneri di un poeta”.

Interpretare Faber per lui è ragione di vita. Abbiamo incontrato Carlo Ghirardato, cantante romano di adozione, a Cupra Marittima dove ha partecipato al Festival Pensare Altro. Subito ci fa capire come la pensa: “Preferisco correre il rischio di cantare da solo, se mi aggiungessi a qualche gruppo sarebbe tutto più facile, ma tradirei il poeta”.

De Andrè è per lui la passione di sempre, lo canta ormai da dieci anni. Per far ciò si è sottoposto anche a scelte difficili, poco condivisibili dai più, lasciare un lavoro in cui aveva fatto carriera e mettersi a fare il guardiano notturno. Rispondendo così al suo bisogno di attaccarsi alla chitarra come ad una scialuppa. Per non abortire una passione.

Come avvenne l’incontro con Faber?
“Grazie a mio padre, un professionista della musica, che  suonava per Lucio Dalla negli ambienti frequentati da Pupi Avati, la scena Jazz e delle grandi orchestre a Bologna dei primi anni sessanta e poi come turnista con alcuni dei grandi. Aveva tanto dischi e un Natale mentre ero dai nonni tra questi ne trovo solo uno di un artista italiano e decido di ascoltarlo perché avrei almeno capito le parole… e che parole! Era proprio il primo album, quello che conteneva Preghiera in gennaio, la primissima canzone che ascolto, quella dedicata a Luigi Tenco. Il suo andamento sembrava una musica sacrale, quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte… (mentre Ghirardato intona , chiudiamo un momento gli occhi e ci sembra davvero di avere accanto De André ndr). Un bambino come me, cresciuto in colleggio in un ambiente pieno di incenso non trovò rottura ma continuità (Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia … )”.

Ma lei ha cominciato a cantare solo dieci anni fa?
“Ho cominciato a 40 anni ad esibirmi sul palcoscenico, ma da ragazzo ho studiato il canto lirico con Maria Zunica cantante e ripassatrice di Maria Camiglia e Mario Del Monaco. Lavoravo e lei mi faceva pagare di meno. Rispetto a tutti i suoi allievi che erano figli di papà, io ero un ribelle che cercava di darsi una disciplina”.

Come la giustifica una passione così forte?
“Da piccolo i giornali erano pieni di questo menestrello che si alimentava della tradizione dei trovatori, nonostante il boom economico e l’affermazione di gruppi come i Beatles e Rolling Stones.Fui invece colpito dal poeta menestrello che scavando nel repertorio medievale stava lì a dirti che certe cose sotto il sole non cambiano. Svelando così la sottesa critica alla modernità, in cui si trovano  sempre il dominatore e il dominato, il barone, il papato, l’arroganza del prepotente e lo stato indifeso dell’umile, di un rinnovato poeta trovatore. Fabrizio consola il disagio proprio che è nell’arte”

E le cover band? Che ne pensa. Perché non si è mai unito ad alcun gruppo?
“Gente che ha lavorato con lui che si rimette a fare cose sue, più persone hanno finito per condividere il senso una perdita, si sentono smarrite perché è venuto a mancare qualcuno che in qualche modo accompagnava la loro esistenza. Ne ho viste tante di queste realtà nel corso degli anni che si sono poste sulle orme di Fabrizio e non ne ho trovata una capace di emozionarmi. Molte premevano su aspetti musicali, prettamente sonori. Io sono dell’idea, come d’altronde lo era Fabrizio quando citava Matisse, che non si improvvisa niente, se il quadro è così si fa così! Ogni tanto suono insieme a qualcuno, ma solo quando suono da solo emerge la mia profonda connessione al poeta. Questo comporta grande sacrificio e nonostante in dieci anni abbia fatto circa trecento concerti, per mantenermi faccio il portiere di notte  in un hotel”.

Ma cosa rappresenta per lei De André? 
“Per chi di fatto non ha avuto una padre e madre come me, la vita è dura soprattutto in presenza di pretese artistiche. De Andrè, come fu per Pasolini, ha creato un senso di perdita alle persone. Il suo linguaggio era comune alla società grazie a quella cultura che aveva a che fare con la sua personalità e diventava per questo forte di vita. Il poeta deve narrare il vero delle cose e Fabrizio cercava sempre una comunicazione vera con il pubblico, mettendo davanti se stesso, non tanto le proprie capacità e le competenze, soprattutto nel condannare il vento d’impunità, di sazietà… della società (Ghirardato cita Smisurata preghiera ndr). Se ne è andato rimanendo coerente fino alla fine. Nella vita c’è bisogno di personaggi come Fabrizio che consolano e formano”.

E il merito artistico che gli riconosce sopra tutti?
“L’aver saputo rimettere insieme due linguaggi che la società occidentale ha superato: poesia e musica. Nell’antichità non si dava poesia senza canto, questa veniva espressa proprio in modo lirico”.

 

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