Il nostro debito pubblico rappresenta un dato drammatico“: così ha detto Stefano Fassina, economista del Partito Democratico, giunto a San Benedetto il 7 settembre. Non tutti però la pensano così. Per di più a sinistra, quella democratica e moderata, per di più. Difatti Fassina (e tutto il Pd) è finito in un cul de sac (Fassina e i bersanini forse lo sanno, la base proprio no, e dispiace). Critica alcune politiche montiane ma parte dallo stesso assunto, l’isteria da deficit. Se quello è l’assunto, e se il Pd ha votato il pareggio di bilancio in Costituzione e il Fiscal Compact (surplus di bilancio di circa 50 miliardi l’anno per vent’anni), naturalmente si capisce come Fassina abbia di nuovo proposto l’arte del politicante: dire in pubblico cose che poi nella pratica vengono tragicamente contraddette (ma se la stampa non ne parla, chi se ne accorge?).

Ricordiamo che l’Italia, al netto degli interessi sul debito pubblico (e qui potremmo aprire una grande parentesi), è in surplus di bilancio (ovvero lo Stato incassa più di quanto spende) da circa 20 anni. Questa è una delle cause dell’impoverimento.

E’ bene dire che in un altro Partito Democratico, quello statunitense, fortunatamente si stanno facendo spazio posizioni del tutto opposte a quelle di Stefano Fassina. Posizioni che un decennio fa venivano derise alla Casa Bianca, ma che ora, a causa della crisi del 2007, iniziano ad essere comprese e diffuse.

Di seguito un articolo apparso sul Washington Post il 19 febbraio 2012 su James K. Galbraith, tradotto in italiano dal blog Voci dall’estero, nel quale sono incappato a causa dello strafalcione del blogger Sergio Di Cori Modigliani

Per sintesi pubblico soltanto la prima parte della traduzione, ma si raccomanda la lettura integrale a questo link.

 

Circa undici anni fa, ricorda James K. “Jamie” Galbraith, centinaia di suoi colleghi economisti risero di lui. Davanti a tutti. Alla Casa Bianca. Era l’aprile del 2000, e Galbraith era stato invitato dal Presidente Bill Clinton a parlare in una commissione sul surplus di bilancio. La scelta era caduta su Galbraith per mera logica. Professore di politica presso l’Università del Texas ed ex economista capo della Joint Economic Committee, scriveva di frequente articoli e presiedeva al Congresso.

Ma c’è di più. Suo padre, John Kenneth Galbraith, era stato il più famoso economista della sua generazione: professore ad Harvard, scrittore di best-seller e amico fidato della famiglia Kennedy. Jamie si è fatto carico di proteggere e promuovere l’eredità paterna. Ma se Galbraith spiccava in quella commissione era a causa del suo messaggio non convenzionale. La maggior parte degli economisti considerava il surplus di bilancio come un dato favorevole: un’opportunità per ripagare il debito, tagliare le tasse, rinforzare i diritti acquisiti o per dedicarsi a nuovi programmi di spesa. Lui lo vedeva invece come un pericolo: se il governo ha un surplus, il denaro si accumula nelle casse del governo invece che nelle mani della gente comune e delle aziende, dove dovrebbe essere speso aiutando così l’economia.“Io dicevo che secondo gli economisti la presenza di un surplus significava un aumento della pressione fiscale”, continuava, “e loro con 250 economisti se la ridacchiavano”. Galbraith afferma che la recessione del 2001 – seguita a qualche anno di surplus – ha dimostrato che aveva ragione.

A distanza di dieci anni, quando il deficit in forte crescita del bilancio federale ha ormai assottigliato le differenze politiche ed economiche a Washington, Galbraith è preoccupato soprattutto dei pericoli di chi vuol contenere basso il deficit. È una figura chiave in una discussione centrale tra gli economisti in merito al fatto se i deficit siano importanti e in che modo. La questione ha diviso gli economisti americani più illustri e ispirato appassionati dibattiti nei circoli accademici. Qualunque di questi due punti di vista venga sposato dai legislatori potrebbe avere effetti su tutto, dall’occupazione, ai prezzi, alle tasse. In contrasto sia con i “falchi del deficit”, secondo cui è necessario tagliare le spese e aumentare le entrate per attenuare il deficit, sia con le “colombe del deficit”, secondo cui le misure di austerità vanno prese solo quando l’economia si è risollevata, Galbraith si può definire un “gufo del deficit”. I gufi certamente non pensano che il bilancio vada riequilibrato subito. In realtà pensano che non ci sia proprio bisogno di riequilibrarlo. I gufi vedono la spesa del governo che porta al deficit come connaturata alla crescita economica, anche in tempi non di crisi.

Il termine non è di Galbraith, ma è stato inventato da Stephanie Kelton, professoressa presso l’Università del Missouri a Kansas City, che insieme a Galbraith fa parte di un piccolo gruppo di economisti che hanno concluso che ognuno – membri del Congresso, componenti di think-tank, l’intero circuito della professione economica – ha equivocato il modo con il quale il governo interagisce con l’economia. Se la loro teoria – soprannominata “Modern Money Theory” o MMT – è giusta, allora tutto quello che sappiamo sul bilancio, le tasse e la Banca Federale è sbagliato.

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