Un mio grazie personale (e di tutta la redazione) a Gianfranco Galiè che, con un altro commento (in risposta a stefanor) da incorniciare (ed io lo faccio eleggendolo a editoriale-disappunto di queste pagine) rende un contributo non da poco alla comunità. Se qualcuno si sente toccato o ritiene sbagliata la sua approfondita analisi è pregato di fare da contradditorio affinché i nostri lettori possano avere un quadro più completo della difficile situazione che sta vivendo la politica italiana. Mi riferisco in particolare agli ultimi tre sindaci sambenedettesi (Paolo Perazzoli, Domenico Martinelli, Giovanni Gaspari) e a tutti coloro che si sentono tirati in causa dalle parole del nostro lettore. Magari Galiè si sbaglia ed è giusto che qualcuno lo dica. Ecco le sue considerazioni copiate e incollate da un suo commento:

A Stefano r., che insiste nel sottolineare le colpe delle amministrazioni di sinistra – già solo per il fatto di aver governato più a lungo della destra – vorrei ricordare che l’amministrazione Martinelli si distinse solo per un perenne litigare fra i suoi componenti su questioni che poco avevano a che fare con il buon governo della cittadina e molto con l’aspetto più deteriore della politica italiana ovvero il perdere tempo in questioni meramente di coalizione. Questo non per difendere le amministrazioni di sinistra ma semplicemente per ribadire che occorre una selezione del personale politico. Non dovrebbe più accadere che un ginecologo, un pediatra, un sindacalista, un attore, un cantante, un comico, un panettiere si candidino a governare una citta’, un Paese senza averne una preparazione specifica. Ora come ora, tutti si candidano perché sanno che il massimo che gli può accadere e’ di non essere rieletti ma intanto hanno il futuro garantito. Se ci fosse una selezione a monte, se ne candiderebbero di meno ma sicuramente più preparati e meno populisti. Mi si potrebbe obiettare che questo ha poco a che fare con la democrazia rappresentativa ma se io debbo essere rappresentato da un ciarlatano solo perché e’ riuscito ad ammaliare le folle a prescindere dalle sue capacita’ e dal suo sapere lavorare non per piccoli interessi di partito o di gruppi sociali ma per l’interesse superiore della collettività, preferisco una democrazia meritocratica. La nostra Italia, più di altri paesi, è morta per eccesso di concertazione, assemblearismo, populismo, demagogia, ipertrofia politica. Un’altra obiezione che mi si potrebbe fare e’ che, con il sistema da me proposto, si candiderebbero in pochi. Meglio, rispondo. Deve finire la malsana abitudine che fare politica sia sinonimo di carrierismo, privilegi, immunità. Deve tornare ad essere una missione, dura, faticosa, impopolare e riservata a chi ne ha la vocazione e la preparazione. Ce ne avvantaggeremmo tutti e i politici tornerebbero ad essere giustamente rispettati e ricordati come uomini e donne che hanno servito la collettività, degni di stima e gratitudine. Nel lontano passato ce ne sono stati, sia a livello nazionale che locale.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 1.298 volte, 1 oggi)