Intervista realizzata dallo storico Pino Perotti il 23 gennaio del 2004 a Giovanni Perotti, per “L’espresso Rossoblù

Classe 1917, Perotti si è spento a 95 anni martedì 21 agosto 2012. Medico, specializzato in Ginecologia e Ostetricia, fondò la clinica Villa Anna. Fu anche un calciatore della Samb, per tre stagioni, nonché sindaco di San Benedetto per due mandati.

D-Ogni essere umano, in qualche modo, risente dell’influsso dei propri genitori…

R-Credo sia naturale. Io ho sempre pensato che mia madre Anna Merlini e mio padre Giacomo Perotti, in me abbiano trasmesso una influenza mista. La mia concezione della vita ha risentito ora dell’una ora dell’altro.

D-Una famiglia numerosa la sua, al passo dei tempi…

R-Eravamo tre maschi e due femmine. Dei maschi io ero il primo, poi sono arrivati Antonio (ingegnere) e Mario (avvocato). Le mie sorelle, Dina era la moglie di Dante Biagini e Delia la moglie di Ciabattoni.

D-Ci descriva la sua infanzia…

R-Una educazione basata sul rispetto dei grandi, indipendentemente dalla classe sociale e dalla maggiore o minore conoscenza. Terminate le scuole di base a San Benedetto, i miei decisero di mandarmi in collegio presso i Salesiani, ad Alassio, vicino ad Albenga, in Liguria, per il Ginnasio e le Superiori, fino all’età di 19 anni. Certo il mio spirito di libertà, nell’intimo, si ribellava. Avrei voluto essere più libero, in generale, ma in collegio c’erano delle regole da osservare. Il Collegio, allora era una cosa seria, c’erano delle restrizioni ma valevano per tutti. Comunque c’erano anche degli aspetti molto positivi per me, perché nel collegio potevamo tutti i giorni giocare a pallone. Facevamo pure tornei interni e tra i collegi della regione. Il mio ruolo preferito era quello di centravanti-mezzala.

D-Con lei c’era qualche compagno che poi, nel calcio’, si è affermato?

R-Si, ricordo bene Scarabello, che doveva essere della classe 1915 o 1916, uno o due anni più  grande di me. Un centravanti-mezzala che giocò  nel Genoa, allora, senza dubbio, una delle più  importanti società di calcio italiane. Ricordo che Scarabello, poi, è stato il marito di un’attrice molto nota all’epoca, Lilia Silvi.

D-Dopo il collegio, in Liguria, l’università a Bologna…

R-Bologna ce lo avuta sempre nel sangue. Durante gli anni universitari e dopo, anche oggi, perché è una città a dimensione dell’uomo, bella, buona, brava. Rispetto alla mia S. Benedetto e ad Alassio, si trattava davvero di un altro mondo. Bologna ci ha conquistato tutti e mi riferisco anche agli amici che condividevano con me quegli anni meravigliosi. Perché Bologna accoglieva tutti e ti faceva sembrare di trovarti a casa tua. Dopo la laurea in Ginecologia e Ostetricia conseguita a Bologna (lì è stata discussa la tesi ndr), sono sempre tornato con molto piacere a Bologna, anche per motivi professionali. Posso affermare, che Bologna ha influenzato positivamente la mia esistenza, sin da quando mi sono iscritto alla Facoltà di Medicina, nel 1937. Veramente mi ha dato modo di diventare medico, come missione primaria nella vita.

D-Ricorda particolarmente qualche collega o amico a Bologna, in quegli anni?

R-Si, Francesco Carbone, di origine campana anche se abitava a S. Benedetto, che si era iscritto alla Facoltà  di ‘Veterinaria’. Ho una foto assieme a lui dell’epoca, che credo Francesco non abbia mai visto. Spero di incontrarlo questa estate. Poi, Carbone, è stato per diversi anni Presidente della Provincia di Ascoli Piceno. In questo momento non ricordo se a Bologna, in quel periodo, studiassero altri sambenedettesi.

D-Durante il periodo universitario, è stato sempre iscritto a Bologna?

R-No, solo quattro dei sei anni, perché per per gli ultimi due anni, mi sono trasferito a Roma. Poi però ho voluto discutere la tesi di laurea a Bologna.

D-Ci sono ragioni che non si possono conoscere per le ragioni del trasferimento?

R-No, solo una semplice ragione di… cuore. Avevo una ragazza a Roma, che si chiamava Miranda Formichi, e scelsi quella sede.

D-A distanza di tanti anni, un paragone tra Roma e Bologna…

R-Per me Bologna è inimitabile. Roma è Roma, per mille e una ragione, ma per me Bologna era meglio, probabilmente perché più vivibile rispetto a Roma, molto più grande.

D-Ho conosciuto bene suo fratello, Antonio, nell’ultimo periodo della sua vita, quando il suo obiettivo pricipale, ci è sembrato, fosse la collina di Montesecco, che assorbiva tutti i suoi sforzi, di ingegnere ed… economici. Mi raccontò che lì ci passava il 43° parallelo, e che aveva voluto chiamarlo ‘An.Per’, acronimo ricavato dalle sue iniziali, in memoria del più grande scienziato-fisico nel campo dell’elettrotecnica, il francese ‘Ampere’, che ha dato il nome all’unità di misura universale  della corrente elettrica.

R-Antonio aveva tante idee ‘personali’ in una testa geniale. Non sembrava ma per me era un eterno dubbioso. Quando gli veniva un idea in testa per migliorare le cose, inizialmente il suo entusiasmo andava alle stelle, poi però, si pentiva quasi subito. Mio fratello non si è sposato mai per sua scelta. Era un bel ragazzo. Che io sappia, Antonio non è stato mai sul punto di mettere su famiglia seriamente. Può darsi che in questa decisione abbia avuto una influenza importante la sua professione.

D-Torniamo a Bologna. Anche all’università  trovava il tempo per giocare a pallone?

R-Si, perché  anche Bologna, in quel periodo, nel calcio era ‘regina’ come Genova. Giocavo in un campionato importante nella squadra dei ‘Liberi Calciatori’ di Bologna, perché aveva il suo significato, non essere tesserati a vita con alcuna società. Una scelta di vita. Poi, quando tornavo a San Benedetto, giocavo con la Samb, nel campionato nazionale di Terza Divisione. Qualche volta mi chiamava al telefono Lucio Palestini, per farmi tornare a San Benedetto in occasioni di partite importanti. Ricordo con molto interesse le quattro partite giocate dalla mia Samb contro la Ternana nella importante ‘Coppa Italia Centrale’. Quattro vere battaglie, quattro finali, in particolare l’ultima, sul ‘neutro’ di Ancona. Eravamo in vantaggio per 1-0, e stavamo esercitando una forte pressione di gioco sugli avversari, quando mi capitò l’occasionissima per realizzare il 2-0 che avrebbe quasi sicuramente deciso l’assegnazione della Coppa. Purtroppo sbagliai un gol facile, perdemmo nel finale per 2-1, e per tanti anni, in seguito, la buon’anima di Mimì Capecci, mi ha rimproverato bonariamente quell’errore, mettendola sull’ironia, sulla satira, dicendomi che avrei dovuto far ricorso all’oculista, perché mi mancava qualche… grado.

D-A Roma, ha continuato a giocare al calcio?

R-No, decisi di smettere, per dedicarmi a quello che era il vero scopo della mia vita, la medicina.

D-Con tuo cugino Mimì  Perotti come sono stati i rapporti?

R-Sempre buoni. Ancora adesso. Ci sentiamo spesso per telefono. Con lui, assieme ad altri, l’ingegner Aberto Gaetani, Antonio Patrizi, Osvaldo Taffoni, abbiamo fatto parte dell’importantissima ‘Commissione Tecnica’ della Samb, che riuscì per la prima volta nella storia del calcio locale, assieme a società, al tecnico Bruno Biagini e ai calciatori, a promuovere la Samb-calcio in serie B, nella stagione 1955-1956.

D-A proposito di Samb-calcio, chi è stato per lei il miglior calciatore della Samb in assoluto?

R-Ovviamente, per competenza, faccio riferimento solo al ruolo che mi ha sempre affascinato, quello di centravanti-mezzala, molto in voga i miei tempi. In questo ruolo, penso che Osvaldo Taffoni rimanga ancora oggi insuperabile. Era completo. Aveva una falcata formidabile, potente, elegante, tanto da fargli appioppare dai giornalisti dell’epoca, l’appellativo di un cavallo invincibile, ‘Ortello’. Di testa, poi, era un fenomeno. Renato Olivieri, 20 anni dopo Taffoni, forse aveva qualità naturali altrettanto valide ma nel momento migliore è andato a giocare in Seria A, lontano dalla nostra città.

D-Che ricordi ha di Lucio Palestini, un ‘potente’ del calcio locale di una volta?

R-Era un istrione, che doveva far riportare sempre i suoi conti. Allora non c’era molta cultura a San Benedetto e Lucio doveva arrampicarsi sugli specchi, a volte trasformandosi in ‘pallonaro’, ossia uno costretto dalle circostanze a raccontare qualche bugia… bianca.

D-I suoi genitori l’avversavano per la sua passione per il calcio, visti i tempi?

R-Mio padre mi ha sempre permesso di fare tutto quello che volevo. Si fidava del mio intuito, perché  a me piacevano le cose belle, che rasentavano la perfezione. Mio padre e mia madre, pur non ostacolandomi, credo che non siano mai venuti a vedermi giocare. Veniva invece mia sorella Dina.

D-Laureato nel luglio 1942 a Bologna. Non ricorda l’argomento della sua tesi?

R-Potrei cercarla, dovrei averla da qualche parte, ma al momento non ricordo.

D-Dove ha svolto il servizio militare?

R-Ho fatto il soldato a Napoli nel 1942 e 1943, come aspirante sottotenente medico. Erano anni difficili, per le bombe. La guerra è stata sempre una ‘brutta bestia’, ieri come oggi. A Napoli lavoravo in Ospedale, a Piedigrotta. Quando suonava l’allarme mi rivestivo completamente con la divisa militare e andavo al rifugio. Capitava spesso perché era tutto un allarme. Sono tornato a San Benedetto finita la guerra. Durante la mia permanenza a Napoli, con i miei genitori ci sentivamo qualche volta, solo per telefono. Non ricordo di essere mai tornato a casa per un periodo, seppur breve, di riposo. Mio fratello Antonio, di due anni più giovane di me, svolgeva il servizio militare in Ancona. Io ho servito la Patria con piacere e la guerra, pur deplorevole, non mi ha limitato eccessivamente.

D-Come è iniziato il suo interesse per la politica attiva?

R-L’onorevole Tozzi-Condivi, di Ascoli, fratello della moglie del sambenedettese Troiani (genitori di Marcello Troiani e di tutti i suoi tanti fratelli), e l’avvocato Toni (già Sindaco di San Benedetto) vennero a trovarmi a casa mia. In questo momento non ricordo esattamente il periodo. Sta di fatto che dopo questo cordialissimo colloquio, andai subito ad iscrivermi al partito della Democrazia Cristiana. Da lì è iniziata la mia attività come uomo politico, costellata di certezze e di dubbi come penso debba accadere ad ogni essere umano, proseguita anche dopo aver ricoperto la carica di primo cittadino di San Benedetto. Per la mia città ho sempre nutrito solo amore puro.

D-Il suo rapporto col senatore DC Alfredo Scipioni…

R-Scipioni era una persona seria, per bene. Una persona politicamente degna, che ha meritato tutto quello che ha ottenuto in politica. Con lui c’era un rapporto di stima ma anche di contrasto leale. Contrasto derivante dalla diversa concezione e impostazione della vita. La pensavamo diversamente. La moglie era la figlia del dott. Ludovico Giovannetti, già Podestà nell’era fascista. Non giudico mai le persone ma nella mia vita ho vissuto interiormente tante sensazioni.

D-La sua sensazione per il dottor Giovannetti (medico), anche Presidente della Samb-Calcio?

R-Può  darsi che la mia sensazione sia stata sempre sbagliata, perché le persone non si finiscono mai di conoscere. Comunque non era buonissima.

D-I suoi rapporti col dottor Carlo Giorgini, medico come lei?

R-Anche lui è stato un ‘uomo per bene’, buono e leale. Io l’ho sempre simpaticamente considerato con nomignolo ‘papalò’. Ha avuto molto potere nella sua vita ma non ne ha mai approfittato e, soprattutto, non l’ha usato a livello personale. Ha avuto per un lungo periodo per ‘spalla’ il simpatico Pietro Lagalla.

D-Ha parlato in precedenza dell’avvocato Toni. Che ricordi ha di lui?

R-Una brava persona.

D-Ciacciarelli?

R-Ottimo.

D-Gino Gregori, primo sindaco sambenedettese insediato dal comitato di liberazione?

R-Non l’ho conosciuto bnee.

D-Il dottor Flavio Panfili?

R-Lo chiamavo ‘Pampalì’. Buono come uomo, concreto come politico.

D-Giuliano Silvestri?

R-Non saprei che dire. Per lui parla l’elezione alla Camera dei Deputati.

D-Gabriele Cavezzi?

R-Una gran brava persona che politicamente ha ottenuto meno di quello che meritava.

D-Natale Cappella?

R-Un buon socialista.

D-Speca?

R-Peccato per il drammatico incidente. Sarebbe stato ancora un bel Sindaco per tanto tempo. Era dotato per quell’incarico. Oltretutto aveva un grande merito: voleva bene a San Benedetto.

D-L’Amministrazione in corso, guidata dal dottor Martinelli?

R-Non lo so e per il futuro non prevedo nulla, alla mia età…

D-Ha conosciuto mio padre Luigi ‘Gino’ Perotti (quindi papà anche del nostro direttore. Ndr)?

R-Si, era cugino carnale di mio padre Giacomo. Si volevano bene. Io lo chiamavo ’Cannò’ perché nella prima Guerra mondiale tuo padre partì giovanissimo (17 anni), in Marina, e lo misero a gestire uno dei cannoni della nave.

D-I miei zii, Nino e Peppino Assenti?

R-‘Nino’, chiamato da tutti ‘muse nere’ era davvero bravo nel calcio. Anche Peppino aveva dei valori in assoluto. Eravamo compagni di squadra, nella Samb, che sfiorò la vittoria della Coppa Italia, con la Ternana. Ci vollero tre incontri per stabilire la squadra campione. Mimì Capecci, come ho già detto, mi ha sempre rimporoverato di aver sbagliato un gol, facile, nella finalissima, perché, secondo lui, non ci vedevo bene.

D-Lei, come Sindaco, ha avuto il massimo successo personale, durante il periodo del… casello autostradale?

R-Ho sempre cercato di ‘lottare’ per la mia città, indipendentemente dalla mia persona.

D-Come ha ritrovato San Benedetto, dopo il suo ritorno da Napoli, una volta conclusa la guerra?

R-Distrutta. Le prime bombe colpirono proprio la casa nostra, in via Luigi Dari. Mio padre Giacomo aveva comprato la casa dalla Cooperativa dei Pescatori, intorno al 1924. Era stata già fabbricata, appunto, per la Casa dei Pescatori. Avevamo come vicini di casa Bruschì ed Eugenio Perotti.

D-Quale era il mestiere di suo padre?

R-Mio padre Giacomo ha iniziato come funaio di grosso. Poi si è  messo a commerciare con le corde.

D-Torniamo al dopoguerra. Durante quel bombardamento che colpì  la vostra casa, i tuoi la abitavano?

R-No, per fortuna. Erano sfollati inizialmente ad Acquaviva, poi ad Offida.

D-Lei, medico, in risposta alle esigenze della sua città, aveva voluto una clinica di prestigio per curare soprattutto i pescatori  le loro famiglie. E la aveva intitolata a sua madre ‘Anna’.

R-Adesso non ricordo bene l’anno, ma posso confermare che la ‘Clinica’, in via Luigi Dari, nacque proprio per questa funzione sociale. Era una clinica privata, senza convenzioni con le strutture pubbliche e tutta la marineria veniva lì. Io ho sempre e solo fatto l’ostetrico ma abbiamo avuto, come specialisti, grandi professori, come il prof. Astorri di Fermo, uno dei più importanti chirurghi d’Italia. Al massimo, in quella prima clinica di via Dari, c’erano circa 30 ricoverati.

D-Tutta la marineria le ha sempre voluto bene. Perché?

R-Perché  ho sempre cercato di aiutare i pescatori e le loro famiglie. Tra i pescatori del porto c’è stato sempre un legame molto forte con il sottoscritto. A partorire, per un certo periodo di tempo, tutte le mogli dei pescatori venivano solo da me.

D-Chi ricorda di quel periodo nella sua clinica-famiglia?

R-Sopra tutti, il mio aiutante ‘Gabriellino’, all’anagrafe Gabriele De Risi, un ragazzo calabrese, venuto col padre ‘ragioniere’ a San Benedetto. ‘Gabriellino’ è rimasto con me fino alla morte, avvenuta in giovane età, intorno ai 53 anni circa, tanto tempo fa. Per la clinica era una ‘istituzione’. Caro ‘Gabriellino’. Un uomo buono, che si adoperava sempre per gli altri. Alcuni familiari dei nostri marittimi, ancora oggi, portano qualche fiore sulla sua tomba, nel cimitero di San Benedetto. Quel telefono che è esposto sopra l’armadio della sala me lo ha regalato lui, e lo conservo come una vera e propria reliquia.

D-A San Benedetto tutti la ricordano per le ‘Anfore’. Perché?

R-Tutti a San Benedetto del Tronto sapevano della presenza, nella mia abitazione, di reperti donatimi dai pescatori sambenedettesi, che mi riportavano da tutti i mari del mondo, quando si impigliavano nelle loro reti, assieme ai pesci. Erano circa 80 Anfore, per me appassionato di archeologia marina, meravigliose. Tra le Anfore anche un bellissimo ‘ramo di corallo nero’, che ho conservato in casa. Agenti della Soprintendenza dei Beni Culturali irruppero nella mia casa coi mitra spianati, come se fossi stato un delinquente incallito. Adesso non ricordo l’anno preciso. Credo che mia moglie fosse già morta. Comunque, nessun rancore verso le forze dell’ordine. Per loro, mi hanno detto dopo, è stato un intervento normale in queste situazioni. Sono fatti così carabinieri e finanzieri, militari che debbono eseguire ordini. Non si tratta di ‘mammocci’! Comunque allora la interpretammo come una ‘bravata’. La donna che allora lavorava per me, nel lavoro domestico, tremava per la paura. Comunque fecero l’inventario di tutti i beni di mia proprietà e se ne andarono.

D-Tutto finì  lì?

R-No! Io ero certo di non aver commesso alcuna irregolarità  ad accettare quei pensieri per la mia persona e feci causa alla Soprintendenza. Vinsi la causa. Dovrei avere da qualche parte tutta la documentazione della sentenza.

D-Poi?

R-Come sambenedettese, ho donato tutta la collezione di anfore alla mia città, che ha istituito il ‘Museo delle Anfore’. Mi hanno informato che si sta realizzando un importante ‘Museo’ sopra il Mercato Ittico.

D-Veniamo alla politica, che ha rappresentato il momento più  alto della sua esistenza, culminato con l’incarico di Primo cittadino…  nella sua città.

R-Mi consideravo un “uomo tiepido’ per la politica. I miei concittadini mi hanno concesso una grande fiducia. Sono stato il candidato più votato a San Benedetto, con oltre 3.000 preferenze, quasi tutte dall’ambiente della marineria.

D-Quali sono stati nella DC, i suoi antagonisti politici?

R-Scipioni, Panfili, Marinangeli erano i più ‘quotati’. Il dott. Spalazzi, che io chiamavo simpaticamente nel mio intimo ‘Sputazzi, Pagliazzi, Cacazzi”, ricopriva un posto, che se avesse saputo fare il ‘politico’ di professione, avrebbe potuto… sbancare, come numero di preferenze.

D-Lei è stato Sindaco di una amministrazione di centrosinistra formata da 4 partiti: DC, PSI, PSDI, PRI. Era difficile guidare questa coalizione?

R-Si, difficile, ma mi ritenevo onesto, amico del popolo e di possesso di un carattere robusto, per soddisfare le esigenze e le aspettative dei miei concittadini. Mi ha aiutato Peppino Liberati. Mi facevo sentire a Roma, col potere centrale. Ma non solo a Roma. Tutti mi sentivano!

D-A proposito del suo carattere, abbiamo saputo di una visita ‘forzata’ a cui avete costretto l’on. Amintore Fanfani a San Benedetto?

R-Facemmo fermare l’auto di Amintore Fanfani a San Benedetto, per merito soprattutto del vigile Remo Di Matteo. Fanfani era di transito nella nostra città. Di Matteo intuì la situazione. Bloccò l’automobile e disse a Fanfani che io lo aspettavo in Comune. Fanfani non potette dissentire e così lo costringemmo, bonariamente, a fermarsi per una visita, non prevista dal protocollo. Poi però Fanfani ripartì e non dormì a San Benedetto. Ricordo di aver premiato successivamente il vigile Di Matteo, per questa… iniziativa personale.

D-C’è  stata un’opera che non ha potuto fare ma che avrebbe voluto fare?

R-Si, la sistemazione del Porto, che richiedeva comunque una procedura complicata. Più che dragarlo, non siamo riusciti a fare. Maggioni avrebbe potuto darci un grosso aiuto.

D-Come vede il futuro della sua città?

R-I sambenedettesi dovrebbero cambiare mentalità! La futura politica, non solo sambenedettese, secondo me, dovrebbe essere interpretata in maniera totalmente diversa da come è avvenuto fino ad ora. L’ideologia è importantissima e fondamentale nella vita di ognuno ma, indipendentemente dalla ideologia, per un’opera veramente grande, capace di modificare anzi ‘rivoluzionare’ la città, dovrebbero andare tutti d’accordo, Rossi, Neri, Bianchi, Verdi…

D-Sulla ‘Sentina’ non ha mai messo le mani la sua amministrazione?

R-Non fattivamente…

D-Sulla ‘Collina’?

R-Non fattivamente…

D-Sullo stadio della Samb-calcio?

R-Durante il mio mandato, si sono creati i presupposti per la costruzione del nuovo stadio.

D-Con il conte Brancadoro-Costantini, nessun rapporto?

R-Nessuno.

D-Con il figlio Sandro Brancadoro, medico come lei?

R-Neppure.

D-Con il genero chirurgo, il professor Sorge?

R-Buoni rapporti, soprattutto professionali.

D-Come andò  realmente la questione del casello autostradale di San Benedetto?

R-Bloccai tutto!

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