SAN BENEDETTO DEL TRONTO – In Via Mentana è tensione continua. Ed ora a litigare sono gli stessi esercizi che occupano la strada finita al centro di mille attenzioni. Che i destini del Caffè Mentana e del BarCode fossero separati si era già notato pochi giorni fa, quando i due locali avevano deciso di incontrare il sindaco Gaspari, accompagnati dai rispettivi legali, in date ed occasioni differenti. Il faccia a faccia con Sergio De Santis, avvocato del Code, non ha però mai avuto luogo, a causa degli insulti piovuti addosso al primo cittadino. Un episodio che ha irritato, oltre al numero uno di Viale De Gasperi, anche i titolari del Mentana, che avevano apertamente sperato in una rivisitazione dell’ordinanza di Gaspari.

“Ci dissociamo dalla provocazione mossa al sindaco – hanno commentato in un primo momento su Facebook – e riteniamo che simili affermazioni non siano utili al clima di dialogo che stiamo portando avanti con l’amministrazione comunale”.

Decisamente più esplicita la successiva presa di posizione della proprietaria, Rosa Maria Varuolo: “Siamo stati disponibili al dialogo, ho inviato il mio legale e un mio collaboratore a parlare col sindaco e si era instaurato un clima di collaborazione e distensione improvvisamente vanificato dal colpo di genio di qualcuno che ha ben pensato di dare del buffone al primo cittadino. Ci siamo subito dissociati, anche telefonicamente, con il sindaco, ma non è bastato. Il Sindaco avrebbe potuto benissimo agire contro l’autore dell’attacco senza incrinare il clima positivo che stavamo creando da ambo le parti. Perché vedo questa presa di posizione come una ricerca di un pretesto che, puntualmente, è arrivato”.

La Varuolo ripercorre quindi le tappe della lunga telenovela: “Sin dai primi di marzo ci siamo mossi con l’amministrazione comunale per cercare di trovare una soluzione che permettesse alla mia attività, ed indirettamente ad altre, di poter lavorare serenamente e nel pieno rispetto delle lecite esigenze dei vicini. Nonostante abbia rappresentato un onerosissimo esborso economico, ci siamo dotati di una vigilanza durante e dopo l’orario di chiusura, cui va aggiunto l’impegno a chiudere un’ora prima”. E sul capitolo relativo all’installazione dei bagni chimici, precisa: “Ci faremmo carico noi della spesa e della manutenzione degli stessi. Purtroppo però, il primo giorno ogni proposta sembrava essere accolta, salvo essere stoppata dal consigliere o assessore di turno. Non avremmo gravato per un solo euro sulle casse comunali, ci saremmo accollati ogni onere. Ci stiamo organizzando per sistemare i servizi igienici al meglio, ma se il Comune non ritiene adeguate le deroghe non le concedesse, perché così ci è stato detto visto che si attendeva il nuovo piano di occupazione del suolo pubblico.
Siamo i primi a condannare l’utilizzo delle vie limitrofe come latrine a cielo aperto e rari non sono stati i casi in cui sia stato proprio il mio staff ad intervenire per arginare il fenomeno”.

“SI FANNO FIGLI E FIGLIASTRI” Ad irritare maggiormente la Varuolo è tuttavia la  sensazione di discriminazione verso la propria struttura: “Mi dà fastidio l’atteggiamento da figli e figliastri adottato. Noi che abbiamo sposato ogni richiesta pervenutaci siamo stati colpiti, altri locali no. Forse ci sarebbe convenuto risparmiare le migliaia di euro versati alla vigilanza, lavorare fino alle tre di notte e aspettare l’ordinanza che puntualmente sarebbe arrivata. Almeno non avremmo notato questa disparità di trattamento, visto che qualche sera fa, con il bar chiuso, vi è stato comunque un battibecco per le vie del centro tra residenti e avventori di un altro locale, fermatosi, fortunatamente, a qualche spintone. L’unico accorgimento che abbiamo chiesto al Comune è stato quello che per forza di cose non poteva essere da noi attuato, ovvero un controllo del territorio attraverso l’utilizzo
delle forze dell’ordine che fosse volto a sanzionare i comportamenti più barbari e maleducati che alcuni soggetti pongono in essere. Elevare qualche sanzione rappresenta essere il miglior deterrente, perché contro certi personaggi le parole non servono. Siamo noi piccoli esercenti a pagare maggiormente questa crisi e provvedimenti simili rischiano di portarci alla definitiva chiusura.”.

“NOI DIFFAMATI” La Varuolo si difende infine dall’accusa di attrarre clientela solo grazie a dei prezzi altamente economici: “Ci diffamano affermando che utilizziamo alcolici di qualità scadente e che per questo teniamo i prezzi bassi. Le mie fatture sono a loro disposizione, se mi accontento di guadagnare un euro e qualcosa su un cocktail anziché lucrare sui ragazzi e far spendere loro 5, 7 o 10 euro è un problema mio e totalmente in linea con i principi del libero mercato europeo. Vi è un principio che afferma che è la Repubblica a dover garantire che tutti possano esercitare il loro diritto a lavorare. Ma forse sono io che non sapevo che San Benedetto è una Repubblica a sé e che i dettami costituzionali non hanno validità”.

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