COLLE SAN MARCO – Che cos’è l’arte? E’ natura concentrata, risponde Honorè De Balzac. “E ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata”, aggiunge il buon Albert Einstein. Ma c’è qualcosa che viaggia oltre il mero e atavico interscambio tra arte e madre natura, connaturato e simbiotico nesso che a volte è capace di generare capolavori come il Grand Canyon o la Baia di Fundy, forgiate dalla forza creativa della natura senza il benché minimo intervento umano.

Se i due elementi si amalgamano e si fondono in un armonico e sinergico interscambio, non necessariamente l’ingerenza dell’uomo sfregia lo stesso deturpandone l’euritmia. Oltre l’arte e la natura, c’è la Land Art.

Nata negli anni ’70 negli Stati Uniti, chi la applica vuole distaccarsi dagli ambienti asettici degli spazi espositivi e dalle aree urbane, interponendosi direttamente nei territori naturali e negli spazi incontaminati e creando lì le sue opere, utilizzando materiali e componentistiche del luogo. Una forma di protesta, se vogliamo, contro le innumerevoli dissonanze dell’epoca contemporanea.

Nove artisti provenienti da tutto il mondo hanno vissuto presso la ex-Cava Ferri a colle San Marco per un totale di 12 giorni, a totale contatto con la natura. Seguiti da un team di 4 fotografi, che hanno documentato la creazione delle loro opere nel corso del periodo di permanenza.

“Il progetto Poesia della Materia – dice il curatore Carlo Bachetti – si pone come obiettivo il valorizzare l’entroterra Piceno  e le sue potenzialità attraverso l’azione artistica di operatori della cultura. Gli artisti hanno vissuto un esperienza polisensoriale, stando a contatto diretto con la materia e la natura. Le loro opere hanno tirato fuori l’identità e lo spirito del posto stesso.”

Un’esperienza collettiva che prevedeva il totale isolamento dal contesto urbano. Ognuno di loro ha dato la sua personale interpretazione dell’arte ambientale, usando rigorosamente materiali del posto. Il rispetto per il luogo in cui si lavora e gli interventi non invasivi sulla natura sono sfociati in un totale di 16 opere, in mostra presso la cava fino al 30 agosto.

“Ho raccolto volentieri l’invito di Carlo – dichiara Raffaele Venieri, promotore dell’iniziativa e rappresentante di Spazio Venieri – voleva degli artisti che fotografassero altri artisti. Con i miei colleghi del Collettivo F è stata una sfida affascinante. La fonte d’ispirazione era ovviamente il paesaggio, ma anche l’idea che ruota dietro la Land Art stessa, il cui messaggio ambientale credo sia apprezzato e compreso in maniera più personale oggigiorno, al contrario degli anni ‘70 che la vedevano come espressione artistica atipica, oggi in risposta ai tanti disastri ambientali e sociali può essere considerata invece come una grande forma d’espressione”.

I fotografi che hanno documentato la realizzazione delle opere sono Sabine Meyer, Alessandra Mandozzi, Massimo Di Marzio e Venieri.

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