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riprese e montaggio Maria Josè Fernandez Moreno
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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Istrionico. Motivatore. Imprenditore. Apolitico (dichiarato, ma più impattante di un Ballarò, e che ce vole). Eusebio Gualino ha fatto centro, durante l’incontro del tour (se così si può chiamare) “Game over”, organizzato dalla Gessi Rubinetterie di cui lo stesso Gualino è amministratore delegato. Appuntamento voluto dalla ditta locale Termoadriatica dei fratelli Guidotti che ha richiamato nella mattinata di venerdì 13 aprile, al PalaRiviera, un pubblico numeroso e molto attento, composto in prevalenza da imprenditori e artigiani del settore delle costruzioni e dei servizi ad esse affini e professionisti, in prevalenza architetti.

Da esperto affabulatore, Gualino ha prima dipinto il quadro economico-finanziario contemporaneo (“Queste cose le dico dal 2008, mentre nei giornali leggevate che tutti affermavano il contrario”) e la crisi in atto mentre nella seconda parte della giornata, dismessi gli abiti da docente, eccolo invece con jeans e camicia da lavoro per suggerire possibili percorsi di vittoria.

Cominciamo da queste ultime: una economia a “km zero”, una rete di collaborazioni locali ma anche nazionali tra piccole e piccolissime aziende, una resistenza imprenditoriale “dal basso”, una formazione continua, un investimento nell’immobiliare “verticale” (ovvero sulla qualità dell’immobile dal punto di vista energetico prima di tutto) piuttosto che “orizzontale” (“Il metro quadro va a decadere”) o peggio ancora nella finanza “che prende i nostri risparmi e li porta nelle economie cosiddette emergenti le quali poi vengono a sottrarci il lavoro”.

Ecco, dal punto di vista dell’impresa italiana, “una possibile via di uscita”: la “multinazionale tascabile” da contrapporre alle multinazionali che invece “delocalizzano la produzione, delocalizzano il commercio, non danno nulla ai territori che depredano, creano regole diverse da quelle a cui noi siamo abituati, sia per il lavoro che per la tassazione nei paradisi fiscali”. Perché “in Italia abbiamo uno dei sottosuoli più poveri del mondo ma in superficie siamo ricchissimi, altro che tripla A: alimentazione, abbigliamento, arredamenti, arte, architettura, agricoltura, la creatività italiana ha pochi pari al mondo, l’imprenditoria è diffusa e siamo il secondo paese al mondo per il risparmio: ecco perché dobbiamo contrattaccare”.

Entusiasmo e positività che hanno fatto da contraltare in una sapiente regia scenica al cupo ritratto della prima parte, in cui però Gualino non è andato molto lontano dalla realtà, con una metafora sicuramente coinvolgente: “Stiamo tornando all’economia del Castello, all’interno delle sue mura non si lavorava ma si possedevano i mezzi di produzione, ovvero la terra. Adesso i parassiti hanno invece le mani sulla finanza internazionale- Il potere è di chi detta le regole e non di chi lavora. Magari terrorizzato giustapposta”.

La metafora di Gualino è proseguita: “Esistono due realtà, una rappresentata dalle nostre attività produttive con le città dove avvenivano gli scambi, l’altra invece è composta da produzioni distanti ma più convenienti perché le regole sono diverse, e contemporaneamente centri commerciali che hanno impoverito il nostro tessuto urbano. Ma attenzione: lo sanno bene, aumentano la temperatura un grado alla volta per evitare che, come una rana, saltiamo fuori terrorizzati. Alla fine, però, saremo lessi”.

Cucinati da “Gionno il Lupo”, che è dentro il Castello e al quale “destra e sinistra obbediscono al momento di legiferare, dividendo il gregge, il 99%, su dettagli come l’articolo 18 o cose simili” mentre porta il “gruzzolo” alla finanza “che ha le menti migliori e sempre in costante aggiornamento, e incutono terrore ai cittadini attraverso giornali e televisioni, che non leggo né vedo”.

Il rischio “è di diventare come i taxisti americani: le liberalizzazioni puntano ad avere negozi o studi sempre aperti quindi con bassa qualità professionale”. Ed ecco, appunto, la soluzione: creare delle “terre di cuore”, delle reti di relazioni di capitale umano, “i venti centimetri del nostro attico, la testa”, come l’antropologo e l’economista Dipak Pant (“Un mercato libero non crea uomini liberi, ma uomini liberi possono formare un mercato relativamente libero. Oggi o ti distingui, o ti estingui”) cerca di spiegare, anche attraverso la Gessi.

Gualino evita di tracciare soluzioni relative a “dinamiche pubbliche”, affidando quindi alla capacità del mercato di autoregolarsi con uno sforzo sistematico della piccola produzione nazionale, dando quasi per ineluttabile la ricomposizione del Castello Feudale pur se con le sembianze di Goldman Sachs. Da imprenditore e motivatore lo si può capire. Tuttavia crediamo che senza una riscrittura delle regole che proprio Gualino ha magistralmente illustrato con esempi chiarissimi da comprendere, la resistenza del tessuto imprenditoriale italiano (e quindi dei lavoratori) sarà appunto una resistenza e non, come auspicabile, un deciso contrattacco.

Se non può piovere per sempre, non si può neanche essere gregge per sempre.

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