Non è la risposta al precedente articolo sulle questioni italiane/europee/tedesche.

Ma voglio prenderla da lontano. E voglio sfiorare gli stereotipi. Per una volta, vi prego, concedetemeli.

Perché noi italiani ne abusiamo su noi stessi: voltagabbana, bandieruole, furbastri, arraffoni. “Non abbiamo mai terminato una guerra dalla parte in cui l’avevamo iniziata”. Tutto vero.

Sull’ottimo canale Rai Storia ho visto per due sere di seguito alcune eccellenti ricostruzioni storiche. Una sulla vita di Helmut Kohl, cancelliere tedesco della Cdu tra gli anni ’80 e ’90 (si spiegano tante cose)*. Un’altra sulla sofferenza dei bambini durante il Secondo Conflitto Mondiale, con finale centrato sulla tragedia dei soldati-bambino della Hitler Jugend (Gioventù Hitleriana) mandati al macello per difendere Berlino oramai rasa al suolo e convinti (grazie alla propaganda) che la guerra, nonostante la distruzione totale della Germania fosse tangibile, potesse essere vinta.

Il senso del dovere tedesco. L’onore oltre ogni umana logica.

Non siamo ovviamente a quella follia ma la rigidità tedesca sulle regole finanziarie ed economiche dell’Unione Europea sta trascinando il resto del continente in una deriva pericolosa. Fino a rasentare la pura stupidità (pareggio di bilancio in Costituzione in fase recessiva: lo voteranno i parlamentari in settimana, nel silenzio di Moretti, Saviano, Zagrebelski). Ma gli italiani sono inclini ad obbedire al vincitore (“Francia o Spagna, purché se magna“), per poi abbandonarlo repentinamente al minimo cambiar del vento. Altro che la fedeltà tedesca: bandieruole.

La casistica storica è ricca, ma l’ultimo caso, quello dell’eroico autista leghista Alessandro Marmello, è sintomatico.

Quando però c’è da obbedire, siamo un popolo come pochi altri. Lo si dice con la retorica nelle partite di calcio dei Mondiali: “Gli italiani, quando conta, non li batte nessuno, anche se sono più scarsi”. Tutti coesi nei momenti difficili. Per poi sfasciarsi alla prima amichevole.

L’Italia hi-tech della giunta Monti è sembrata così per qualche mese l’allieva disciplinata. E noi qui a dire: No, il pareggio di bilancio in Costituzione! No il Fiscal Compact! No il Bilderberg e la Trilaterale al Governo! No l’Esm! No 1 trilione di euro alle banche! No spread! Almeno un po’ di MMT! Un pizzico di sovranità!

Invece gli italiani plaudenti: Sì Imu! Sì tagli di 15 miliardi alle pensioni (devoluti al pareggio di bilancio e non ai precari…)! Sì l’Iva al 23%! Sì ai tagli di 8 miliardi alla Sanità! E fra poco: sì, vendiamo la Snam agli americani e ai francesi! Sì, vendiamo la Fontana di Trevi! Vendiamo tutto al primo che arriva, americano, inglese, cinese!

Più realisti del Re.

Succede addirittura che la grande stampa finanziaria internazionale mandi dei siluri a Monti e alla sua politica economica. I giornali dei banchieri! Altro che il Corriere di “Viva la dittatura tecnica“!

Il motivo? La combinazione di più tasse e meno spese è una follia. Almeno gli economisti neo-liberali nel loro idealismo astratto lo dicono: meno spesa pubblica ma almeno meno tasse. Qui invece abbiamo il reaganismo de noantri. Tagli alla spesa, aumento di tasse. Bocconiani, però (così che il popolo che si considera sempre ignorante, accetta, come si accetterebbe uno sciamano che millanta magie). Il peggio dell’immaginabile, botte vuota e moglie neppure ubriaca. E nessuno parla più di macelleria sociale (toc toc, where are you, Pd?).

Ed ecco cosa scrive il Wall Street Journal: “Il recente aumento delle tasse sta aiutando l’Italia a tagliare il deficit, ma sta spingendo l’attività economica a contrarsi ancora più rapidamente”. “Lo scenario che sta emergendo ora (ora?, ndr…) in Italia, Grecia e Spagna lascerebbe i Paesi problematici dell’eurozona con percentuali di debito pubblico ancora più alte nonostante i loro dolorosi sforzi per ridurlo“.

Qualche giorno fa persino il Financial Time rivelava che la Commissione Europea (la nostra entità sovrana) prevedeva una nuova manovra correttiva nei prossimi mesi (si attendono letterine recapitate da Olli Rehn con 167 raccomandazioni…).

Persino i banchieri stanno (forse) capendo che la corda di Monti/Merkel sta diventando un cappio stretto attorno al collo. O forse – complottiamo, suvvia – si preparerà la strada ad un vero bulldozer della democrazia italiana. Non questi hi-tech che parlano con ABC fino a mezzanotte.

Naturalmente le nostre considerazioni sulla democrazia da spread, l’equità sociale, i rischi ambientali a loro non interessano. Ma tutti fuggono dal cerino acceso perché intorno c’è solo dinamite.

L’Iif (Istituto della Finanza Internazionale) che conta al suo interno le 450 banche più importanti del mondo, scrive che le “misure di austerità necessarie per tentare di stabilizzare la situazione nell’eurozona hanno contribuito a contrarre la domanda interna”. E alla fine: “L’austerità di bilancio va limitata perchè è «eccessiva quando generalizzata». Afferma il presidente Dallara che l’austerità sarebbe necessario un riequilibrio dei conti più progressivo, con differenze fra Paese e Paese, in modo da evitare il «rischio di un eccesso di austherity».

Il Wall Street Journal e il Financial Times sottolineano entrambi come si rischi di entrare in “una spirale dalla quale sarebbe difficile uscire“, più volte ribadita nei mesi scorsi da questo giornale: più tasse, nuovi tagli, crisi imprenditoriale, fallimenti, licenziamenti (suicidi…), crollo del gettito, nuove manovre recessive, vendita patrimonio pubblico alle grandi multinazionali straniere, e via di nuovo (John Maynard, where are you?).

Senza pensare, ora, ad una uscita dall’euro (naturalmente lì ci si sta avviando: dipende solo dalla velocità dello schianto e da chi ci deve rimettere di più, se l’1% o il 99%) per allentare un poco il cappio nel breve periodo sarebbe oro colato assistere una revisione complessiva dei Trattati europei e del ruolo della Banca Centrale Europea.

Ma la cocciutaggine irremovibile della cancelliera Merkel, nonostante un fronte interno sempre più preoccupato, ci riporta alla mente i piccoli angeli mandati alla morte nel 1945 soltanto per perseverare nelle proprie convinzioni. Allora tremende, adesso finanziarie.

 

 

 

* PS. Mentre l’Unione Europea dello Spread torna a tremare, mi ha colpito, nel documentario su Helmut Kohl visto su Rai Storia la domenica di Pasqua, il fatto che l’uomo non volesse rivelare il nome di un suo finanziatore. Da Wikipedia leggiamo questo: “Scandalo iniziato nel 1999 quando venne scoperto che la CDU riceveva fondi illegali. Le indagini del Parlamento tedesco sulla provenienza dei fondi illegali della CDU – la maggior parte dei quali depositati in conti bancari a Ginevra – rivelarono due fonti: vendite di carri armati all’Arabia Saudita, e una maxi-tangente da 40 milioni di euro pagata dall’allora governo francese di François Mitterrand per l’acquisto di una compagnia petrolifera della Germania Est da parte dell’azienda parastatale ELF Aquitaine, di cui 15 milioni sarebbero stati versati direttamente alla CDU come aiuto per la campagna elettorale di Kohl del 1994. Oltre 300 milioni di marchi tedeschi in fondi illegali furono scoperti in depositi nel cantone di Ginevra (…) L’ELF Aquitaine è accusata di aver illegalmente finanziato la CDU su ordine di Mitterrand. Nel 2003 è stato reso noto che a Helmut Kohl furono pagati 300.000 euro da Leo Kirch, proprietario di un canale televisivo privato, per un contratto consultivo. La questione era molto delicata, considerando il fatto che Kirch costruì il suo impero televisivo privato grazie alle riforme promosse da Helmut Kohl negli anni ottanta“.

Ma poi si scopre che questa politica tedesca ha tanti Lusi e Trota: Laurenz Mayer della Cdu prendeva soldi per “prestazioni non meglio precisate“, o le mazzette che il falco della Merkel, il giocatore di sudoku al Bundestag e ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, girava al partito “per anni”, senza dimenticare le recenti dimissioni del presidente della Repubblica tedesca Christian Wulff sempre per corruzione

PS2: “Svegliamoci, svegliatevi, svegliateci” era il grido di un anziano tifoso della Sambenedettese Calcio, famoso nella città di San Benedetto del Tronto, ai tempi in cui questa giocava nel glorioso e combattivo stadio Fratelli Ballarin, fino all’inizio degli anni ’80. Grido lanciato nei momenti di difficoltà, trascinava con sé tutta la tifoseria.

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