L’opera di Genti Tavanxhiu è stata collocata su un basamento di pietra bianca sul lato sinistro della zona absidale del Duomo e sarà benedetta dal Vescovo di Rieti in occasione delle festività della Pasqua.
Nella Chiesa cattolica la parola “Cattedra” indica il trono sul quale siede il Vescovo, è il richiamo primario all’episcopato.
La scelta del Vescovo di Rieti Delio Lucarelli di assegnare l’incarico per la realizzazione del Seggio vescovile per la Cattedral allo scultore Genti Tavanxhiu, testimonia la sua sensibilità ed attenzione verso un artista che attraverso le sue sculture riesce a trasmettere emozioni ed un profondo senso del sacro.
L’ideazione del Seggio episcopale per il presbiterio della Cattedrale di Rieti, è stata piuttosto lunga e laboriosa ed ha impegnato l’artista per circa quattro anni, durante i quali ha realizzato più modelli in diversi stili, con l’impiego di pietre pregiate di vari colori, compreso il marmo di Carrara.
Successivamente, a seguito dei sopralluoghi in loco e delle osservazioni fatte dalla Committenza sulla opportunità di utilizzare altri materiali, l’autore, ha semplificato il progetto iniziale fino a raggiungere l’aspetto finale minimalista ed ha deciso di utilizzare come materiale il travertino rosso che per la sua tonalità di colore si intonava alle opere in pietra policrome già presenti all’interno della chiesa.
Nella scelta del travertino persiano per realizzare il Seggio, si nota da parte dell’autore, la rinuncia all’impiego di materiali effimeri e la preferenza per la pietra ricavata dalla terra, che nel corso dei secoli, in particolare nelle cattedrali del Medioevo, è stata il simbolo concreto della solidità e della certezza della fede cristiana.
L’opera, pur nella sua semplicità strutturale, è stata scolpita dall’artista da un unico blocco di travertino alto 2,10 metri che in origine pesava circa cinque tonnellate. Nella prima fase, l’artista, ha proceduto alla sgrossatura del manufatto, con l’asportazione di circa due terzi del materiale iniziale, successivamente ha ricavato i piani strutturali che hanno delineato la forma finale.
Infine, per valorizzare l’aspetto funzionale-estetico e il colore caldo del travertino iraniano, ha eseguito sulle superfici a vista, un originale tipo di “graffiato” con l’impiego di abrasivi ed acqua che permette all’opera di catturare la luce ed aumentare la lucentezza del materiale.
Nella esecuzione dell’opera, lo scultore, ha utilizzato come guida del progetto, un modellino alto circa trenta centimetri realizzato con lo stesso materiale, che tuttavia nel corso dei lavori non è stato completamente rispettato. Infatti, l’artista, durante la esecuzione della scultura ha apportato piccole varianti che alla fine hanno migliorato la resa visuale dell’insieme.
L’opera, nella sua eloquente semplicità, richiama la funzione della antica Sedia episcopale, intesa come oggetto di valenza rituale e simbolica, come il segno più significativo del ministero del vescovo, e come espressione visuale della sua funzione nella chiesa, il luogo dove evangelizza ed insegna, dove amministra e governa.
Le ampie forme geometriche del manufatto sono prive di decorazioni, solo sulla parte terminale delle fiancate della spalliera, si nota una incisione a forma di spirale, che richiama l’estremità ricurva del pastorale del vescovo.

Lo scultore, Genti Tavanxhiu, interpreta in maniera innovativa il Seggio vescovile della tradizione cristiana, e mostra di aver raggiunto una piena maturità espressiva, che si concretizza in una resa stilistica funzionale e minimale, valorizzata dall’impiego di un sapiente trattamento delle superfici, ottenuto grazie al recupero e all’impiego delle antiche tecniche di lavorazione della pietra.
L’artista, come ha fatto notare Vittorio Sgarbi, fa parte di quel gruppo di nuovi scultori, che in controtendenza con le nuove avanguardie dell’arte contemporanea che realizzano “opere immateriali” facendo uso di supporti informatici, modella ancora la pietra o il granito con le tecniche di lavorazione degli scalpellini delle cave.
Questi nuovi scultori, infatti, pur non rinunciando agli stimoli del mondo contemporaneo ed all’impiego della tecnologia, fanno parte di una specie di armata di soldati invincibili che resistono e marciano in controtendenza nell’attuale panorama artistico italiano.
Nelle loro opere troviamo quasi sempre la rivisitazione in chiave “moderna” dei temi ancestrali dell’uomo tra i quali il bisogno del mistero e soprattutto del sacro.
In questa particolare opera si percepisce pienamente “l’arte dello scolpire” dell’artista, intesa come sforzo e fatica nel recuperare antichi mestieri ed abilità, attraverso l’impiego di un materiale duro da lavorare, che si concretizza in un linguaggio plastico originale in cui si fondono in modo armonico elementi moderni e tradizionali della religione cristiana.

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