Ho sentito parlare Sandra Amurri, l’altro giorno, sabato 17 marzo, a Grottammare, all’incontro No Tav organizzato al Kursaal.

È intervenuta sul tema della comunicazione. Per chi non lo sapesse, Sandra Amurri è una giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, un quotidiano nato tre anni fa e che “non riceve alcun finanziamento pubblico”.

“Il Fatto Quotidiano” è un giornale che non ha alle spalle editori del calibro di De Benedetti, Berlusconi, Caltagirone, Della Valle, Montezemolo, Agnelli: si basa sui ricavi dalle vendite e dagli abbonamenti e, per una quota minore, dalla pubblicità.

L’indipendenza dalle finanze di un editore e persino dal finanziamento pubblico permette ai giornalisti de “Il Fatto Quotidiano” di ripetere spesso: “Noi possiamo scrivere quel che vogliamo, non subiamo censure preventive. Siamo liberi“.

Non v’è dubbio che sia così, per quanto poi ognuno valuta se la libertà espressa dai giornalisti sia corrispondente ai propri desideri.

Dunque Sandra Amurri, alla Sala Kursaal di Grottammare, sabato 17 marzo, ha detto: “Da quando c’è il governo Monti il nostro giornale sta vendendo meno copie“. Perché secondo la giornalista “gli italiani mostrano di aver bisogno di tranquillità, per cui quando pubblichiamo articoli che illustrano le malefatte di qualche esponente del governo Monti, c’è quasi una repulsione”. Ovvero: “Ci dicono: ma queste sono brave persone, lasciamole in pace, non sono mica come gli altri“. E allora, secondo Sandra Amurri, si “disinteressano di quello che scriviamo, anche se noi continuiamo il nostro lavoro senza guardare in faccia a nessuno, come prima”.

Immagino che Sandra Amurri sia sincera come sincera sia l’analisi addossata al calo di vendite.

Appunto perché sincera, ritengo invece che sia priva di fondamento la valutazione che viene fatta relativamente alla diminuzione dei lettori, e cioè che abbiano voglia di evasione. Ci sarà anche una parte che era più interessata alle smutandate di Silvio B., ma Sandra Amurri converrà che quel genere di lettori è meglio lasciarli a Novella 2000.

Io credo che la crisi (non so quanto grave) dei lettori de “Il Fatto Quotidiano” abbia altre origini. Da un giornale che si definisce “indipendente” ci si aspetta anche la capacità di adattarsi alla realtà circostante con l’intelligenza tipica di un buon giornalista (da non confondere con il gattopardismo, che è invece una malattia). Non è bello generalizzare ma l’impressione è che “Il Fatto” stia usando strumenti parzialmente inadeguati per combattere invece una battaglia informativa radicalmente cambiata negli ultimi mesi.

Che il precedente (o i precedenti) governi nazionali, e gli attuali governi regionali e il rapporto tra economia e politica sia inquinato in ogni modo e in ogni dove, è un dato di fatto e la cronaca giornalistica non può esimersi dal condannarlo ad ogni occasione. Ma il governo Monti ha altre caratteristiche. Monti’s non farà mai le corna, Passera non sbraiterà come il folcloristico La Russa, Fornero piangerà ma non avrà mai posato su un calendario per camionisti, e via dicendo. “Il Fatto” dovrebbe dunque spiegare il nuovo potere che non discende più da Drive In ed Emilio Fede, e quindi i “conflitti di interesse” segnalati a Passera sono informazioni utili e rilevanti ma non colgono invece l’aspetto essenziale della tecnocrazia europea.

Ricordiamo il grande clamore suscitato da un articolo scritto proprio da Sandra Amurri in relazione alla volontà accennata di modificare la Costituzione (addirittura l’articolo 1…) dal corregionale deputato Remigio Ceroni del Pdl: ma era chiaro fin dal primo giorno quanto la grammatica costituzionale di Ceroni fosse clownistica. Dove mai avrebbe trovato la maggioranza dei 2/3 in entrambe le Camere con doppia lettura? Tutti sapevano che nulla sarebbe cambiato.

E chi non ricorda il grande dispiegamento di fiato di Silvio Berlusconi che, nelle settimane terminali della sua epopea governativa, pareva trovare la sua “arma finale” in un missile V2 che, miseramente, affidava le speranze della “ripresa” all’introduzione nella Costituzione di una modifica di un articolo (il 41) per riconoscere un ruolo costituzionale agli imprenditori? Faceva sorridere, è vero, come quei poveretti che, giunti all’epilogo, stradicono.

Ora invece accadono eventi che hanno dell’incredibile, nel silenzio generale. “Il Fatto” non scrive (non urla) titoli da prima pagina sull’incredibile imposizione del pareggio di bilancio in Costituzione, tremendo strumento impenna-tasse e stritola-redditi. Fatica a svelare gli intrighi e gli intrecci degli assi Strasburgo-Bruxelles/Parigi-Berlino. Non lancia raccolte firme per dare ossigeno alla popolazione imbavagliata col trucco dal Fiscal Compact.

“Il Fatto” non può – o non può più – lasciar intendere che chi non ruba è inappuntabile, anche perché vi è anche un modo di rubare a norma di legge e anzi in forza di legge, e se a norma di Direttiva e con un bel volto dottorale e austero il latrocinio istituzionale non darà neppure la possibilità di contraddittorio pubblico. Se non si lancia uno sguardo al centro del “misfatto” vero e proprio il giornale di Padellaro e Travaglio sarà sempre in prima linea per spazzolare le briciole cadute dalla tavola imbandita ignorando che la festa grande si sta svolgendo a poca distanza tra vini e balli scatenati.

Forte e inarrestabile, invece, è la fioritura di blog di altissimo livello dai quali attingere per decifrare la realtà non più virtuale che la grande stampa libera o ignora, o manca di capacità di comprensione, oppure relega nelle pagine interne secondarie. Per ora ci accontentiamo, in attesa di tempi migliori.

 

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