ASCOLI PICENO – Nonostante l’indigenza si fa sempre più consolidata presso i cittadini della “città delle cento torri”, l’orgoglio ancora prevale sulla maggioranza dei bisognosi. Almeno per il momento. Sintomo di una mentalità tipicamente tricolore in base alla quale non importa lo stato reale delle cose, ciò che ha veramente valenza è il pensiero della gente nei nostri confronti. Questo traspare dall’intervista che ci ha concesso Antonina Rossana Ciabattoni, da tre anni una delle responsabili della Caritas con sede in Ascoli Piceno.

Tra l’analisi prettamente statistica che ai tempi attuali pare interessare solo ai patiti della numerologia e la vox populi ci sono spesso delle dissonanze che possono portare alla confusione. Per meglio comprendere la condizione effettiva di quanto e come sia presente il disagio economico nel territorio bianco-nero siamo andati presso la Caritas Diocesana “Regina Apostolorum”, che in qualità di ente sostenitore ecclesiastico è da sempre specchio dell’estrazione del tessuto sociale nei vari frangenti di storia.

Il primo dato preminente è appunto quello accennato nell’introduzione, ovvero una apparentemente troppo sviluppata quanto innata alterigia presente un po’ in tutti noi italiani, che ci conduce alla rinuncia del bene necessario pur di evitare il giudizio degli altri e relativa catalogazione in qualità di “incapace al proprio sostentamento”.

“Tanto vero quanto assurdo – conferma la Ciabattoni – ma anche comprensibile data la vita piuttosto narcisista che conduciamo un po’ tutti. La stragrande maggioranza delle persone che hanno bisogno non vengono per una questione di orgoglio, lo sappiamo in quanto Ascoli è una provincia piccola e noi abbiamo contatti con le varie Caritas parrocchiali che usualmente sono più radicate nella città”.

Fermo restando che nonostante molti rinuncino ai servigi della Caritas, non mancano affatto quelli che ne usufruiscono eccome.

“Intanto sfatiamo un mito, ossia quello che i poveri sono in maggioranza gli stranieri. Se analizzassimo le richieste delle persone che vengono da noi a chiederci aiuto, noteremmo che le categorie di disagiati sono principalmente tre ed esiste un bilanciamento tra di loro: i pensionati sociali, gli stranieri ma anche gli italiani disoccupati”.

Per quello che concerne i primi in realtà non c’è niente di nuovo sotto il sole. Essi infatti sono segnati da una povertà cronica dovuta al basso valore monetario delle loro pensioni, che di norma si aggirano sui 500 euro. Status che è sempre stato immutato e che non è il risultato della crisi in vigore da circa 4 anni.

“Gli stranieri vengono da noi perché, al contrario degli italiani, non possono usufruire degli ammortizzatori sociali – continua la Ciabattoni – anche se gli stessi ammortizzatori sono adesso in fase di esaurimento e ciò comporta da un po’ di tempo a questa parte all’aumento progressivo della terza categoria: i cittadini italiani che hanno perso il lavoro”.

Categoria che vede una ramificazione in due diverse gamme: le persone che saltuariamente si iscrivono alla Caritas frequentandola ad intermittenza causa la tipologia contrattuale che riescono ad ottenere (ossia contratti a termine che li portano per un numero di mesi alla possibilità di auto sostentarsi, per poi tornare a richiedere aiuti sociali) e i lavoratori che hanno perso il proprio lavoro e che da diverso tempo non riescono a trovarne un altro.

A questo carrozzone di disperati si aggregano due nuove sottoclassi: i 60enni che hanno da poco perso l’occupazione e che molto difficilmente riusciranno a re-integrarsi nell’apparato produttivo con la pensione che si allontana sempre di più, e gli uomini divorziati che tra assegni di mantenimento ai figli con relativa perdita della casa e disoccupazione galoppante non riescono ad ottenere una stabilità economica mensile.

“Quello dell’abitazione persa è un altro fattore che da qualche anno si fa sempre più presente. A tal proposito in quanto Caritas abbiamo provveduto all’apertura di centro denominato “casa di seconda accoglienza”, che offre alloggi temporanei a chiunque ne abbia la necessità”.

Ma un tetto sotto il quale vivere non è l’unico bene primario di cui necessitiamo in veste di essere umani. L’emporio cittadino, nato da pochi mesi grazie al sostegno non solo della Caritas ma di tutte le parrocchie del circondario, fornisce alimenti di prima necessità per i poveri, un vero e proprio banco alimentare che rappresenta il fiore all’occhiello del sostegno sociale in tutto il territorio ascolano.

In periodi insicuri e preoccupanti come questi a volte può anche essere benefico, ai fini comprensivi, l’essere analitici quando si hanno a disposizione un quantitativo di statistiche. Quelle che ci ha fornito la Caritas di Ascoli non sono delle più promettenti per il futuro.

“Tenendo in considerazione gli ultimi dodici mesi, quindi a partire dal periodo natalizio 2010 fino a quello del 2011 – spiega la Ciabattoni – abbiamo registrato un raddoppiamento delle utenze, da 600 a poco più di 1200. Dato molto preoccupante e che se dovesse accrescere potrebbe addirittura compromettere la possibilità di interventi e sostegno da parte nostra. Noi ci manteniamo solo grazie all’8 per mille, otteniamo alcuni fondi partecipando a qualche bando provinciale o regionale e altre fonti di introito non ci sono. Certo il Vescovo di Ascoli ci aiuta tantissimo e il suo comportamento nei nostri confronti è esemplare, ma la precarietà c’è ed è tangibile anche da noi. Essendo un ente di volontariato, qui operiamo tutti quanti senza riportarci a casa qualcosa nelle tasche, ma ci piacerebbe impiegare alcune persone che lavorano molto. Non possiamo, semplicemente perché non ci sono i soldi per farlo”.

Quello del 2012, secondo alcuni analizzatori dell’economia, sarà l’anno della recessione. Enti come la Caritas, che sono uno dei pochi baluardi per tante persone onde evitare lo stato di povertà assoluta, avranno di che preoccuparsi se dall’alto non arriveranno in tempi celeri decisioni volte alla crescita e al rilancio dell’economia globale. Per il momento non possiamo far altro che ringraziare e sostenere moralmente ma anche finanziariamente tutti quei volontari che credono dell’amore per gli altri e di adoperano affinché anche per chi vive ai limiti della società possa essere agevolata la condizione per condurre un’esistenza dignitosa.

 

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