Samb. Mentre rispondevo ad alcuni commenti sulla validità della corsa ciclistica Tirreno-Adriatico e sulla necessità di sfruttarla meglio, il mio pensiero è volato a quanto, con evidenti e storici risultati, la Sambenedettese Calcio ha dato alla visibilità della nostra città ma anche a tutta la riviera picena. Scrivevo anche che, chi di dovere, non ne ha tenuto conto e continua a farlo, perché quei tempi non li ha vissuti in prima persona. Cioè non come, per esempio, li ha vissuti il sottoscritto e altri ventimila sambenedettesi veraci che però non hanno mai amministrato la città. Tutto è iniziato negli anni novanta (Samb cacciata dal calcio) e, per quel che riguarda le nostre parti, l’ultimo atto riguarda la società calcio Centobuchi, dichiarata fallita lo scorso 14 febbraio con relativo grave danno economico ad alcune aziende locali.

Oggi la Samb naviga in acque non conformi al suo glorioso passato ma ha una dote che la avvicina molto a quella che la rese famosa in tutto il mondo (tranquilli, non esagero, ho le prove) perché, a partire da Sergio Spina, è tornata in mano a persone che vogliono veramente aiutare la loro squadra del cuore e  non a sfruttarla. E solo da loro o da altri come loro può ripartire la storia. Con una differenza: bisogna trovare chi, come i pescatori fecero nella fine degli anni 50, può prendere in mano la passione e farla diventare un valore: fino ad oggi ha resistito soltanto l’amore di chi darebbe (come quella vedova di un brano del Vangelo) tutto (compresi i dirigenti attuali con qualche distinguo  e tutti quelli che hanno aderito all’associazione Tifosi Pro Samb) e non da chi potrebbe contribuire cifre superflue che nulla toglierebbero al loro stile di vita. Tra loro ci metto anche le varie amministrazioni comunali che si sono susseguite negli ultimi trent’anni. Hanno fatto chiacchiere e basta, ne cito una che può servire da esempio per molti altri.

A parole l’attuale sindaco Gaspari, quando stava nascendo la Tifosi Pro Samb, a richiesta della sua firma come garante del conto corrente, mi disse che l’iniziativa era ottima, che non poteva accettare ma che avrebbe versato la sua quota. Nulla è avvenuto fino ad oggi nè tanto meno, come primo cittadino, ha invogliato la città ad aderire. Insieme a lui la stessa cosa hanno fatto le pagine locali dei giornali nazionali che gravitano e vendono nelle nostre zone (il distinguo riguardante l’attuale società rossoblu a quest’ultimo particolare si riferiva).

Ho citato il fallimento del Centobuchi perchè il decadimento della nostra gloriosa squadra di calcio è nato proprio da un fallimento e cioè dagli anni novanta quando la società finì nelle mani di uno straniero che, guarda caso, fu addirittura invitato in aula consiliare, alla presenza della tifoseria  ingannata di quei tempi, dal sindaco di allora (Paolo Perazzoli) per stabilire l’aiuto economico da elargire alla società rossoblù per toglierla dagli impicci. Oggi che la dirigenza è onesta, nessuno prende seriamente in mano la situazione per stimolare la città a ricreare quel bene che fu all’origine del boom turistico sambenedettese. Un bene che varrebbe almeno venti Tirreno-Adriatico.

Mi fermo qui ma prima una riflessione è d’0bbligo: la mia richiesta nasce da una passione cittadina per la propria squadra di calcio che non ha pari e che ha radici fortissime ma anche dal fatto che è ora di finirla con le illusioni (purtroppo ancora avallate da alcuni addetti ai lavori giornalistici) di chi professa ancora la necessità (che ritengono unica) di ricorrere a spericolati imprenditori perchè solo con loro si può arrivare al calcio c he conta. Io dico invece che se vogliamo un futuro stabile, il primo è durato 21 anni, dobbiamo farcela da soli, pena la fine di una passione vera, sana ed unica. La Samb non può marcire in “Quarta serie”.

In attesa di un Piceno unito con il quale tutto potrebbe cambiare, viste le prospettive finora trascurate per banali motivi campanilistici.

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