SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Un forum che parla di pesca e alle relative problematiche che questo settore si trova ad affrontare per via di una crisi economica sempre più difficile da gestire ma che introduce anche la riforma della “Politica Comune Europea della Pesca” proposta dall’Unione Europea attraverso lo stanziamento di un fondo pari a 6,7 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 che si chiama Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca che sostituirà i fondi Fep (Fondi europei per la pesca, ndr), il quale ha l’obiettivo di rilanciare l’attività ittica e renderla sostenibile dal punto di vista economico, ambientale e sociale.

I numeri parlano chiaro. Fotografando il decennio 2000-2010, nel settore della pesca è si è rilevata una perdita di circa17 mila addetti, il 31% dei ricavi in meno e il 28,1% delle imbarcazioni in meno, senza contare la scarsa propensione agli investimenti per l’innovazione, una rete distributiva poco controllata, l’aumento del prezzo del carburante e la difficile situazione delle imprese poco capitalizzate a causa anche di un accesso al credito bancario non sempre facile da ottenere.

È su questo bilancio descritto da Luciano Agostini, membro della Camera dei Deputati e componente della Commissione Agricoltura e Pesca del Partito Democratico e Uriano Meconi, dirigente delle Attività Ittiche della Regione Marche, che prende il via il dibattito sulle nuove prospettive di sviluppo sostenibile della pesca, un incontro che si è svolto nella mattinata di sabato 3 marzo all’auditorium “Tebaldini” organizzato dal Comune e presieduto da diversi amministratori locali e nazionali e da alcuni esperti dell’Università di Camerino, che ha visto anche la partecipazione di alcune associazioni di categoria e della Gac Marche Sud, dei rappresentanti della Capitaneria di Porto e diversi pescatori della costa marchigiana.

La realtà descritta da Agostini, non risparmia di certo delle critiche per la scarsa attenzione rivolta al settore ittico italiano nel corso degli anni, “una componente dell’economia del paese – afferma Agostini – del tutto dimenticata dal governo. Ora però, qualcosa si sta muovendo grazie al decreto Milleproroghe in cui è previsto un aumento dei fondi nel piano triennale. È importante – prosegue l’esponente del Pd – procedere attraverso un piano di ristrutturazione che rilanci il settore dalla programmazione delle attività in mare a quelle di terra nei punti di sbarco e nella distribuzione”.

Se finora lo stanziamento dei Fep avveniva da una commissione interna all’Unione Europea, con il nuovo Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca sarà il Parlamento Europeo stesso ad assegnarli. È sostanzialmente questa la differenza tra i due tipi di fondi, oltre al fatto che i Fep venivano assegnati senza una giusta ripartizione tra le regioni. Meconi, nel corso del suo intervento, sottolinea però dei punti critici alla base di questa nuova riforma. “Abbiamo una flotta che ha un’età media di venticinque anni – dichiara il dirigente della giunta regionale – dei giovani che poco si avvicinano al settore e dei costi di gestione relativamente alti. Questa nuova normativa di tutto parla tranne che di pesca, visto che i 6,7 miliardi non sono spesi solo per le attività ittiche, nessun contributo invece per chi vuole investire ad esempio in una nuova imbarcazione, oltre a una poca ‘sburocratizzazione’”.

Un appello, quello di Meconi, rivolto a Guido Milana, membro del Parlamento Europeo e vicepresidente della commissione Pesca, anche lui presente all’incontro coordinato dall’assessore alle Politiche del Mare Fabio Urbinati. “Il futuro dei pescatori – dichiata Milana – sta nel futuro dei pesci. Sembra una frase banale ma non lo è. Premesso che il settore della pesca è in crisi in tutto il mondo, l’Europa sta cercando di disegnare una nuova politica perché quella pesca è figlia della concertazione degli stati”.

Ed è proprio su questo punto che il dibattito si concentra sull’idea dello sviluppo sostenibile della pesca che questa nuova riforma tenta di mettere in atto. “In Gran Bretagna – prosegue Milana – esistono due organizzazioni che rappresentano i pescatori, in Italia ce ne sono diciotto. Occorre che il nostro paese dimentichi l’idea delle zone costiere diverse l’una dall’altra, bisogna unificarsi perché solo così si riesce a elaborare una rappresentanza solida che agli occhi dell’Europa diventi influente sia per quanto riguarda il percorso legislativo che per quello dei fondi”.

Non meno importante è stato poi il riferimento alle questione del fermo biologico il quale, secondo Milana, necessita di essere rivisto sia nel tempo che soprattutto nello spazio. “Con un mese di fermo biologico – prosegue l’europarlamentare – si ricrea l’1% della specie. Il tempo deve tramutarsi in spazio, creare una rete comune in cui si stabilisce dove pescare e dove no per un periodo più lungo, così come decidere dove si fa pesca e dove si fa turismo. È arrivato il momento di ripensare l’attività ittica attraverso un modello di pesca condiviso sia nel Mediterraneo che nell’Adriatico, può essere un’opportunità per fare fronte comune e affrontare la crisi”.

Un punto di vista su cui si è trovato d’accordo Settimio Capriotti, presidente dell’associazione Gac Marche Sud. “Attraverso i gruppi di azione costiera – dichiara l’ex assessore – è stato possibile mettere a riposo una percentuale di mare per formare degli stock ittici. La costa picena è in attesa del Parco Marino del Piceno e mi auguro che San Benedetto diventi capofila affinché il parco prenda vita. In questo modo – aggiunge Capriotti – vendere il pesce in un’area adiacente al parco, rappresenta un valore aggiunto”.

Non sono mancati poi dei momenti in alcuni pescatori locali sono intervenuti per testimoniare circa le reali condizioni delle loro attività. “Poca rappresentanza – affermano alcuni di loro – elevati costi di gestione e totale assenza di interlocutori politici in grado di recepire le nostre necessità”.

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