SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si potrebbe coniare un termine apposito per rappresentare grammaticalmente uno dei cancri della società moderna che ha però radici ben salde anche in tempi più remoti: femminicidio. Ovvero l’assassinio non fisico della donna, ma quello rivolto alla morale, all’indole e alla dignità umana della stessa. Stiamo parlando ovviamente del vergognoso fenomeno della violenza sul cosiddetto “gentil-sesso”. Se Giuseppe Mazzini diceva che “l’angelo della famiglia è la donna”, è deplorevole constatare che proprio all’interno della famiglia questa odiosa manifestazione di costume a loro danno si genera, si evolve e si perpetua fino a sfociare in casi estremi.

Una evoluzione, anzi involuzione, protetta dall’omertà dei vicinati e dai conoscenti dei maltrattatori oltreché velata dietro un sipario di dolorosa sopportazione ostentata per decenni dalle maltrattate stesse, costrette a tale pratica comportamentale dal contesto ideologico del quale si circondavano le loro vite. Processo che, col corso degli anni, si è potuti fortunatamente far lentamente emergere a galla e che ha conseguentemente portato a una serie di legislazioni volte alla tutela fisica e concettuale della figura della donna.

Una di queste forme di salvaguardia è appunto garantita dai centri antiviolenza presenti sul territorio. Noi abbiamo scambiato due parole con la responsabile di tale centro che opera nella provincia di Ascoli Piceno, Franca Maroni, cercando di approfondire con lei le varie attività che il centro offre e la tipologia di interventi che sono più ponderanti nel Piceno.

“Il centro antiviolenza che coordino – dice la Maroni – è gestito dall’associazione Realtà Donna, della quale sono presidente, ha visto la luce a San Benedetto Del Tronto nel marzo 2010. Dato che la zona del Piceno è ampia e il carico di lavoro non sarebbe potuto essere sostenuto da una sola sede logistica, nel maggio dello scorso anno abbiamo aperto un punto anche ad Ascoli Piceno”.

I centri antiviolenza lavorano in tandem e all’unisono con gli altri centri disseminati sul territorio nazionale, sono controllati da un osservatorio e monitorizzati dalla regione che provvede anche al foraggiamento finanziario per il mantenimento degli stessi.
Quali sono le fasi a cui si deve sottoporte una persona che necessita di un sostegno da parte di un centro antiviolenza? Prettamente due: l’approccio telefonico che fornisce un quadro approssimativo della denuncia e l’incontro faccia a faccia con gli addetti ai lavori.

“Per quello che concerne la prima fase – continua – in primis c’è il numero verde da chiamare che vede al di là del cavo telefonico la professionalità e perspicacia delle nostre operatrici telefoniche, che hanno frequentato un corso specializzato DIM (Donne In Movimento) condotto da psicologi, avvocati e personale medico. Questa fase è importantissima, in quanto è appunto il primo tentativo di rompere il ghiaccio per cercare di risolvere un problema e al contempo rappresenta una significativa presa di consapevolezza della portata dello stesso”.

Successivamente c’è un colloquio di accoglienza dove la donna espone il suo problema. Vengono compilate delle schede di valutazione e classificazione. Sono due i tipi di servizi che il centro offre: il supporto legale e quello psicologico. Quest’ultimo si divide in due sottocategorie: counseling di supporto e terapia psicologica. Il primo è incentrato sul problem solving, ossia fornisce tramite una media di 4 incontri le opzioni risolutive al problema. Il secondo focalizza su casi più complessi che richiedono l’intervento dello psicologo. Le consulenze sono gratuite.

Quando si parla di violenza sulle donne ci viene subito in mente l’immagine del marito/padre padrone che abusa della propria moglie. In realtà la violenza è un fenomeno sempre reiterato nel tempo e quindi ha carattere dinamico. Il concetto di marito abusatore è si presente nelle statistiche dei casi verificatisi nel Piceno, ma non è il solo archetipo di manifestazione.

“Ci sono quattro tipi di violenza sulle donne. Il primo è di tipo verbale, il secondo fisico, il terzo psicologico. Quest’ultimo – precisa Maroni – è quasi onnipresente nei precedenti due e risulta molto pericoloso dato che va a ledere l’autostima della donna e la conduce ad una disqualifica a livello morale, in alcune situazioni perfino alla perdita della propria identità di essere umano”.
Il quarto è un tipo di violenza che ultimamente è in fase espansiva causa la galoppante crisi finanziaria: la violenza economica. Nei casi denunciati, il partner priva totalmente la propria compagna del sostegno monetario oppure si diverte a pretendere da lei l’acquisto di materiale non acquistabile con le cifre messe a disposizione della sventurata.

Se volessimo tracciare un ritratto del molestatore medio Piceno? Il suo identikit mostra un uomo dalla cultura media anche se ci sono molti professionisti che odiano le donne. Questo complica di molto le cose, infatti se gli abusatori fossero rappresentanti di fasce basse i casi di maltrattamento verrebbero più facilmente a galla perché chi subisce le ingiustizie non ha niente da perdere. Nei ceti medi invece, dove si verifica la maggior parte dei casi, c’è più pudore e renitenza alla denuncia perché c’è un’immagine da tutelare e il molestatore fa di tutto per far si che il segreto non venga allo scoperto. Tanto più il livello culturale si alza tanto più la violenza aumenta per difendere l immagine e il proprio prestigio pubblico.

I motivi della violenza nel Piceno?

“Il motivo principale sarebbe soltanto uno: l’emancipazione della donna in forte contrasto con lo storico potere maschilista. Molti abusi scoppiano per gelosia – continua la Maroni – per l’ossessiva brama di controllo sulla vita del proprio partner. Il maschio vuole ancora dimostrare di comandare sulla donna. Questo è molto evidente nei casi italiani che analizziamo. In quelli misti, ossia dove l’uomo è italiano ma la donna extra-comunitaria, quest’ultima viene vista come un vero e proprio oggetto di sfruttamento e il tutto alimentato ulteriormente dal contrasto tra culture diverse. Le viene negata ogni forma di indipendenza. Parliamo presso più di matrimoni veloci per l’acquisizione di cittadinanza oppure eseguiti perché c’era bisogno di una badante in casa in pianta stagna.”

Ad oggi il centro ha gestito 73 casi tra Ascoli e San Benedetto. A partire dall’apertura della filiale di Ascoli nel maggio 2011 sono giù giunte sulla scrivania della Maroni ben 30 denunce. Media purtroppo molto alta.

“Ci occupiamo anche di stalking anche se nel caso nostro sono prevalentemente uomini che una volta venuti a conoscenza che la loro donna ha deciso di esporsi venendo da noi, hanno iniziato a tormentarla”.

Se come diceva Carlo Dossi “le donne sono tante serrature in cerca di chiave”, per quelle che stanno vivendo sulla propria pelle un’ingiusta sofferenza fisica e psicologica è venuto il momento di aprire il lucchetto dell’omertà e del silenzio con la chiave rappresentata, appunto, dai centri antiviolenza.

Per informazioni:

Numero Verde 800 02 13 14

Sito internet: http://comecitrovi.women.it

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