SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman, Stefano Cucchi, Gabriele Sandri, Domenico Palumbo, Maria Rosanna Carrus, Marco De Santis, e molti altri. È lunga la lista delle persone morte in circostanze sospette nelle camere delle questure, nelle carceri o semplicemente per strada, dopo un incontro con le forze dell’ordine. Su queste morti cerca di far luce “Malapolizia”, il libro-inchiesta di Adriano Chiarelli, edito da Newton e presentato all’Auditorium comunale sabato 21 gennaio. Nell’incontro, coordinato da Mimmo Minuto della “Bibliofila” ed Eleonora Paci dei Servizi per la Cultura del Comune, l’autore ha ripercorso alcune delle drammatiche storie narrate nel suo libro. Partendo però da un presupposto, come ha spiegato la Paci nell’introduzione: “Questo non è un libro contro la polizia ma contro un certo sistema deviante insito nelle forze dell’ordine. Tuttavia, al tempo stesso non si può minimizzare, poiché i casi di malapolizia sono molto frequenti”.

Tra le storie citate da Chiarelli vi è quella di Riccardo Rasman, giovane in cura presso le strutture psichiatriche di Trieste: “un ragazzo problematico sin da giovanissimo, da quando aveva subito atti di nonnismo durante la leva militare. La sua situazione degenerò fino al 2006, quando il 27 ottobre morì in casa sua ‘per asfissia da posizione’ dopo l’intervento di quattro poliziotti chiamati dai vicini – racconta l’autore -. A ciò seguì un processo farzesco e la condanna dei poliziotti a 6 mesi per omicidio colposo. Si tratta di uno dei casi più gravi, causati da un’ignoranza cronica nel relazionarsi con problemi di questo tipo”.

Emblematico e rilevante, sia dal punto di vista giuridico che mediatico, è il caso di Federico Aldrovandi, morto in circostanze ancora più inquietanti: “stava camminando di notte per fatti suoi dopo una serata trascorsa con amici quando venne fermato da una pattuglia – spiega Chiarelli -. Seguì una colluttazione violentissima che lo portò alla morte”. Più che sulla violenza, l’autore si sofferma su quello che segue all’omicidio, ossia “l’intervento dell’intera questura per insabbiare tutto”, compresa la tecnica, tra i tentativi di depistaggio, di diffamazione della vittima: “Federico era un drogato secondo i comunicati della Polizia: ci sono voluti 6 anni per arrivare alla verità. Per i 4 poliziotti si è arrivati a 3 anni e 6 mesi di condanna che forse verrà confermata a giugno”.

Nonostante le prove evidenti delle violenze e dei pestaggi, i familiari delle vittime raramente riescono ad ottenere chiarezza e giustizia sulla morte dei loro cari. Ciò dipende molto, secondo lo scrittore, anche dalla contiguità esistente tra le procure locali e la polizia giudiziaria: “Difficile che un giudice condanni un poliziotto col quale un’ora prima era al bar insieme”.

L’incontro è terminato con la visione di un toccante documentario dello stesso Chiarelli sul caso di Giuseppe Uva, giovane di Varese che nel 2008 venne fermato dalla polizia in stato di ebbrezza e condotto in caserma, dove morì poche ore dopo. Grazie all’impegno della sorella di Giuseppe, Lucia Uva, un mese fa ossia tre anni dopo la morte, la salma del giovane è stata riesumata per nuovi accertamenti.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 318 volte, 1 oggi)