SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Interessante come sempre Internazionale, il settimanale che raccoglie articoli della stampa mondiale e li traduce in italiano a distanza di pochi giorni, con approfondimenti spesso illuminanti.

La copertina del numero natalizio è interessante nella grafica: Karl Marx vestito da Babbo Natale. Di impatto ma più scontato il titolo di copertina: “La fine del capitalismo“. Vero o falso che sia, lo si ripete appunto dai tempi di Marx, più di un secolo e mezzo fa.

L’articolo che fornisce l’occasione per approfondire sulla crisi economica-finanziaria globale è di Wolfgang Uchaitius, giornalista di Die Zeit, settimanale tedesco di attualità politica, molto diffuso in Germania, di tendenza di centrosinistra.

C’è soprattutto un passaggio dell’articolo che lascia riflettere. Anche perché ci aiuta a capire la situazione non solo tedesca, ma italiana e dell’area euro tutta. Dopo aver spiegato che un cittadino tedesco attualmente “possiede circa diecimila oggetti” e che quindi l’espansione dei consumi diviene difficile, poiché “la macchina (capitalistica, ndr) raggiunge il suo scopo solo se le persone continuano a comprare”. Dopo la caduta del Muro di Berlino, però, la “macchina” si è espansa anche in territori prima “vergini” (Europa orientale, Cina, India, Sud-Est asiatico) ricevendo “un nuovo inaspettato slancio”.

Cosa è successo, però, successivamente? Sappiamo bene che in Italia l’ultimo ventennio ha registrato tassi di crescita via via più inferiori, fino alla contrattura dell’ultimo quadriennio. Sappiamo, invece, che in Germania il contraccolpo alla crisi del 2008 si è avuto, con una crescita del Pil del 3% annuo. Ecco però perché, spiega Die Zeit: “La macchina non funziona più come prima. Una cifra è illuminante: 354 miliardi di euro. Rappresenta la crescita del Pil tedesco dal 2000 al 2006. Questo significa che in quegli anni il reddito medio di un tedesco è cresciuto di 4.317 euro. Una cifra inferiore al passato. Ma non bisogna essere troppo avidi. Del resto, con 4.317 euro si possono comprare un bel po’ di cose”.

Infatti “il vero significato dei 354 miliardi di euro è un altro. Lo si capisce quando si confronta questa cifra con l’aumento del debito pubblico tedesco tra il 2000 e il 2006: 342 miliardi. Quasi la stessa cifra del Pil. Già prima della crisi, quindi, la Germania ha raggiunto il suo benessere indebitandosi sempre di più. In pratica, il paese si è fatto prestare il benessere. La crescita è stata fasulla. La macchina dell’economia tedesca corre, ma corre a vuoto”.

Uchaitius verifica poi che ciò sta avvenendo anche negli altri paesi e specifica “che non stiamo parlando di come evitare il problema dell’indebitamento (…) è bene sapere che i debiti sono l’essenza dell’economia di mercato”. “Il vero problema è che manca la crescita” perché “i mercati sono saturi”, perché le persone per consumare ogni anno di più hanno bisogno di tempo, e “se il tedesco medio usa almeno una volta nella vita le diecimila cose che ha comprato, non resta molto tempo per comprarne di nuove“. Le strade sarebbero due: o incentivare a tutti i costi “la crescita per mantenere in vita l’economia, aumentando la spesa pubblica e di conseguenza i debiti. E quindi producendo nuove scorie, cioè le emissioni di anidride carbonica (…) effetti sempre difficili da giustificare, ma in passato le emissioni potevano essere considerate come il prezzo da pagare per il benessere (…) e persino sostenere che se fosse aumentato il benessere, ci sarebbero stati più soldi per finanziare lo sviluppo delle energie pulite. Ma se la crescita è fittizia e consiste semplicemente nell’evitare il prossimo crollo delle borse, allora bisognerebbe chiedersi perché i paesi industrializzati continuano a bruciare petrolio e gas”.

“Per ora sulla domanda si continua a sorvolare (…) Quello che conta oggi è che la macchina continui a funzionare in qualche modo, fino alla prossima crisi“. Die Zeit si chiede anche se sia possibile riorganizzare la società “in modo da accontentarsi di conservare il benessere invece che aumentarlo”. La conclusione di Uchaitius è la seguente: “Tutti questi tentativi (socialismo, anarchia, autogestione, ndr) si sono rivelati meno efficaci, a livello sociale, della macchina capitalistica, che non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti e brasiliani. Il capitalismo, quindi, non morirà per la miseria, ma probabilmente per la ricchezza che ha creato. Il capitalismo ha alleviato le sofferenze delle persone: per questo una rivoluzione dal basso sembra impensabile, così come un nuovo sistema economico progettato dall’alto”.

Oppure aspettando che il debito pubblico tedesco raggiunga i livelli italiani nel tentativo di stimolare la crescita del 3% annua, mentre noi ci avvieremo ad una cosciente recessione.

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