SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Esco di casa per fare solo un’intervista ad uno scultore e mi sorprendo a passeggiare in campagna alla ricerca della verità sotto la guida di Marcello Sgattoni, l’artista. “La verità ti renderà libero”. Apprezzo ma non capisco e chiedo una spiegazione al maestro il quale mi dice: “L’ho imparato al corso di Teologia che ho frequentato quattro anni solo per una curiosità: volevo conoscere Gesù e Gesù mi ha messo un po’ in crisi perché applicare le sue léggi è da una parte semplicissimo e contemporaneamente difficile”. Camminiamo fianco a fianco su e giù per le stradine del museo Pietraia dei poeti, il suo museo dove prima viveva un vigneto, e mi parla delle sue opere, dell’arte e soprattutto della sua concezione della vita.

“La mia arte è una protesta nei confronti della società di oggi. Io faccio da specchio e le mie opere riflettono ciò che c’è là fuori”. Egli parla di ogni cosa con franchezza ma anche con la partecipazione di chi esprime passione: “Per vedere l’era in cui vivi, devi uscire dal contesto storico e guardare con distacco la realtà, solo così puoi percepire quello che ti circonda”.

Marcello Sgattoni è nato a San Benedetto nel 1935 nella Valle del forno, vicino all’Albula. “Ho cominciato a fare arte ancora prima di imparare a scrivere. Ho fatto in seguito tanti mestieri e ho imparato a dipingere da Armando Marchegiani, il mio insegnante per dieci anni. Provai a frequentare l’ambiente di Milano, ma non faceva per me, mi mancava la terra, il profumo delle erbe selvatiche, il fischio degli aghi di pino“.

“Negli anni Sessanta mi mantenevo dipingendo su commissione, ero tecnicamente molto capace: mi ero esercitato copiando i grandi maestri. Poi ho attraversato una crisi, quasi un rigetto per la pittura e così smisi di dipingere. Negli anni Settanta presi a modellare materiali poveri come la creta, le zolle di terra, le fascine di legna che non costavano nulla. Così è cominciato il mio amore per la scultura che, vorrei sottolineare, consiste nello gestire gli spazi e non come erroneamente si potrebbe pensare, nella capacità di realizzare una bella figura”.

Quale artista contemporaneo apprezzi?
“Ammiro molto Osvaldo Licini, nato e morto a Monte Vidon Corrado. Mi piace il suo linguaggio. Un fuoriclasse che non si è arricchito. Il mercato nell’arte rappresenta una degenerazione” afferma e lancia una critica alla vendita all’asta di una delle scatole di Merde d’artista di Piero Manzoni, battuta per 124mila euro nel 2007. Contestualmente Sgattoni ci tiene a dire che la critica non è rivolta alla materia che “è semplicemente l’inchiostro dell’opera d’arte” ma al mercato che tende a snaturare il rapporto tra artista e opera.

“Negli anni Settanta, a quarant’anni, non avevo una famiglia mia, non avevo soldi, vivevo a casa dove i miei fratelli, commercianti, mi aiutavano. Cominciai a fare le prime mostre, ad effettuare restauri per le chiese. Dalle nostre parti non si muore di fame. Comunque sono convinto che l’artista vero è colui che dà qualcosa all’arte ricevendo in cambio solo il necessario per sopravvivere. Secondo me ci sono solo cinque o sei veri artisti ogni cento anni in tutto il mondo, tutti gli altri possono essere bravi sì, ma non rivoluzionari”.

Confido a Sgattoni di ritenere che qui dalle nostre parti lui è molto conosciuto e apprezzato, ma con occhi tra il pensieroso e il triste mi dice: “A livello locale alcuni fraintendono la mia semplicità e la mia onestà per stupidità e questo mi rammarica anche perché io riesco a vedere l’aura di ciascuna persona. Altri mi chiamano contadino, ma per me è un onore poiché produco olio, vino di prima qualità, ho un aranceto bellissimo, le arnie per il miele. Praticamente sono autosufficiente”.

Che sarà di questo museo?
“Vorrei che tutto quello che ho fatto non vada disperso come invece è capitato al mio maestro. Desidero che l’esperienza del museo continui, in meglio, e che la casa del vento, in piazza Bice Piacentini, rimanga a testimonianza della mia arte”.

Marcello Sgattoni nel suo museo è esattamente a suo agio e rappresenta una voce tutta particolare nell’arte alla quale affida messaggi importanti che coinvolgono la nostra interiorità e le nostre emozioni. Si capisce che la comunicazione artistica è per il maestro un’esigenza che non può essere barattata per soldi. È qualcosa che traspare chiaramente e che chiunque percepisce. Per questo, credo, è contornato di persone che volontariamente lo aiutano e contribuiscono alla vita della Pietraia dei poeti.

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