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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Quello di Antonio Guastaferro è un racconto fitto di dettagli che sono imprigionati in una memoria rigorosa e scanditi da una voce baritonale al vago e lontano sentore di lingua napoletana. “Sono cattolico praticante, ma non bizzoco: ho amici di ogni idea politica. Da ragazzo, negli anni Quaranta, ero attivo nell’Azione cattolica e partecipavo alle riunioni per fare la Democrazia cristiana. In quegli ambienti ho conosciuto tante persone che hanno poi fatto carriera in politica, alcuni sono diventati ministri della repubblica. Io ero ligio al partito, ma nel corso degli anni, in concomitanza con il mio impegno nella scuola, ho deciso di non rinnovare più la tessera nella convinzione che potesse danneggiare in qualche modo gli alunni e le strutture che dirigevo. Se facevi politica la gente ti classificava”.

L’esperienza lavorativa di Guastaferro ruota sempre attorno al mondo dell’istruzione, dapprima come insegnante, poi come dirigente. Tuttavia la sua fu un’avventura inedita per il contesto degli anni Sessanta. “Andai a Roma per fare l’Istituto assieme a Luigi Ciacciarelli, avvocato e poi sindaco di San Benedetto, i professori Tito Pasqualetti e Luigi Sabatini, tutti dell’Azione cattolica di don Costantino Calvaresi. Rimasero stupiti che si potesse interloquire con un ministro, ma a quel tempo gli uomini ti davano fiducia e io sono stato fortunato perché ho incontrato sempre persone comprensive. E poi ho avuto tanti amici politici”.

Vorrebbe spiegare meglio il suo rapporto con i politici?
“Facevano favori in cambio di favori. Ad esempio chiedevano l’assunzione di qualcuno in particolare. C’è da dire che io avevo il potere di farlo in quanto dirigevo una scuola con molta autonomia e me ne assumevo tutti i rischi. Ho procurato lavoro a persone di ogni estrazione sociale ma dando sempre precedenza ai locali. Inoltre c’è da dire che a San Benedetto a quell’epoca, intendo attorno al ‘65, non c’erano molti laureati e dunque la scelta era abbastanza semplice. Ad ogni modo nel corso del tempo la scuola è arrivata ad impiegare quattrocento persone”.

Una realtà imponente per una piccola città.
“Sì, decisamente. Devo riconoscere che San Benedetto si è sviluppata grazie anche a quella scuola e ha compiuto enormi progressi nel senso della cultura e del benessere. Nei miei cinquant’anni di carriera ho dato la possibilità ai giovani meno fortunati di studiare e di arrivare ovunque. A San Benedetto, quando sono arrivato, i ragazzi andavano a scuola scalzi, parlo dei figli dei funai quelli che giravano la ruota, i figli dei marinai. Si cercava di dar loro una mano. Anche all’Ipsia sono stato fedele allo stesso principio e ho tenacemente voluto il convitto. Anche in quell’occasione mi spesi per riservare dieci posti gratuiti per i figli dei marittimi. Purtroppo, ironia della sorte, oggi, proprio a San Benedetto non ci sono allievi della sezione per i meccanici navali. Comunque ho fatto molto e ho dato cinquant’anni di vita allo Stato. Ma lo Stato a me ha dato tutto”.

Antonio Guastaferro è senz’altro un uomo non comune, lo percepiscono quanti hanno la possibilità di avvicinarlo. È stato assai attivo e dinamico nel corso della sua carriera e anche oggi, da ultra ottuagenario, è pieno di interessi: “Convivo con qualche acciacco, ciononostante mi dedico al giardino e scrivo. Scrivo molto, soprattutto per i miei splendidi nipoti ai quali sono legatissimo. E comunque mi piace tenere la mente attiva, sono sempre in mezzo alle carte: presto pubblicherò un volumetto sulla scuola di Avviamento marinaro e industriale di San Benedetto. Il mio terzo libro”.

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