SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Alto e imponente, vólto e occhi sorridenti, carisma palpabile. A ottantasette anni Antonio Guastaferro mi accoglie in casa sua in una fredda mattinata di fine ottobre e, di fronte al caminetto acceso, cominciamo la nostra cordiale conversazione senza troppe cerimonie. Mi colpiscono subito la disponibilità e la semplicità del mio ospite e osservo dei modi di chi ripone sùbito fiducia nel prossimo, senza aspettarsi nulla in cambio. Rimango un po’ spiazzato soprattuto se penso che ho davanti un preside, un manager della scuola che per mestiere deve aspettarsi grandi cose dagli altri. Glielo confesso e candidamente mi spiega: “Non fare il bene se non hai l’animo disposto a ricevere in cambio l’ingratitudine: me lo diceva sempre mia madre fin da bambino”.

La mamma citava Seneca, proveniva da una famiglia di professionisti e avrebbe voluto per Antonio un futuro magari da medico. Il papà falegname propendeva invece per un percorso da artigiano. Ma a Terzigno, alle pendici del Vesuvio, dove la famiglia viveva si doveva fare i conti con la povertà e un futuro in collegio sarebbe stato troppo costoso. La spinta definitiva verso un indirizzo tecnico la diede l’insegnante della scuola elementare e così frequentò dapprima la scuola di Avviamento industriale e successivamente la Scuola tecnica industriale.

Poi combatté nella Seconda guerra mondiale?
“A dire la verità sono stato militarizzato. Mi spiego: a diciassette anni nel ‘41, appena diplomato, fui assunto all’Alfa Romeo di Milano nell’ufficio tecnico e durante la guerra fummo tutti militarizzati nello stabilimento, cioè quello era il nostro servizio militare e dovevamo costruire motori per l’aviazione. Lo stipendio era buono, milletrecentocinquanta lire al mese, ma dovevo pagare cinquecento lire di affitto e poi si mangiava alla mensa. Posso dire che a Milano si faceva la fame nera in quel periodo. Mi trasferii quindi a Castellammare di Stabia, al cantiere navale. Tutta un’altra musica anche se la paga era di novecentodiciotto lire; infatti tornavo a casa a mangiare e a dormire. In fondo a Napoli e dintorni si trovava di tutto: c’era il mercato nero. Le note negative erano che Napoli veniva sempre bombardata e che il cantiere navale era un obiettivo sensibile. I tedeschi tentavano di bombardarlo dal Golfo di Salerno, ma fortunatamente fu colpito una sola volta”.

E finita la Guerra?
“Semplice, noi del cantiere rimanemmo disoccupati. Quindi, dopo il 1945, organizzammo un Istituto tecnico nautico nel cantiere per gli operai che volevano riqualificarsi. Proprio in quel periodo cominciai ad insegnare”.

Quando si affacciò dalle nostre parti?
“Nel ‘48. Molti amici erano stati ad Ascoli alla scuola per allievi ufficiali e me ne parlavano come di una città bellissima e tranquilla. Al contrario Napoli a quel tempo era una bolgia. Fatto sta che sùbito dopo la laurea feci domanda di insegnamento a Napoli ma non riuscivo ad ottenere il posto e guarda caso nello stesso periodo un mio cugino venne ad insegnare ad Ascoli Piceno. Parlò di me al preside della scuola industriale della città il quale mi mandò immediatamente a chiamare per assumermi a seicentocinquanta lire al mese. Rimasi lì per quattro anni. Un impiego da precario certo, ma nel dopoguerra si era tutti precari”.

Una precarietà, rifletto, sostanzialmente diversa da quella che vivono i nostri giovani in questi anni. Il motivo è che oggi manca la prospettiva, cioè se si lascia un lavoro precario non si è affatto sicuri di poterne ottenere un altro seppure a tempo determinato, e men che meno a condizioni migliori. Dalle immagini che il professore proietta con le parole davanti a me capisco che negli anni Cinquanta era piuttosto semplice riuscire a cambiare occupazione in meglio: confessa infatti di avere prestato servizio come ispettore del lavoro per tre anni e di aver tentato successivamente due concorsi pubblici, uno per l’abilitazione all’insegnamento e un altro per la direzione delle scuole di avviamento, vincendoli entrambi. Andò quindi a dirigere la scuola di Avviamento industriale a Porto Recanati prima e successivamente quella di Avviamento marinaro a San Benedetto fino al ‘64.

Negli anni Sessanta Antonio Guastaferro era un uomo di quarant’anni con moglie e tre figlie e si accingeva a cambiare, con le sue capacità organizzative e gestionali, la vita sociale della nostra città riuscendo nell’impresa di creare da zero una scuola secondaria superiore orientata alla formazione professionale dei giovani: l’Ipsia.

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