SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Guanti neri tagliati sulle dita che impugnano delicatamente un pennello: Grazia Carminucci è immersa nel lavoro all’interno del suo studio quando la distolgo per conversare un po’.

“Qui dipingo in vetrina – fa sorridendo – e come vedi sto realizzando dei ritratti”. In effetti noto una rappresentazione fedelissima agli originali forniti dai committenti ma con qualcosa in più che non so dire. Immagino un gran lavoro dietro dei risultati così eclatanti: “Sì, impiego un paio di settimane più o meno per un ritratto a olio o ad acquerello o a carboncino. D’altronde da circa dodici anni è la mia occupazione”.

Chiedo spiegazioni proprio su questo e la maestra mi racconta: “Per circa vent’anni ho fatto la mamma e non ho esercitato per tutto quel tempo la mia passione per la pittura. Nel frattempo ho cresciuto quattro figli – sottolinea con tono fiero e soddisfatto – che oggi sono tutti adulti”.

Chiedo se dipingesse prima di avere figli.
“Altro che. Il disegno e la pittura sono da sempre la mia passione, la definirei quasi una malattia. Già da bambina ero una osservatrice e avevo l’esigenza di esprimermi attraverso fogli e colori: mi riusciva tutto con semplicità. Frequentai poi l’Istituto d’arte e, ricordo, ottenni già dal primo anno un bel dieci nella materia Disegno dal vero”.

Le premesse per una brillante carriera c’erano tutte. “Purtroppo però quando avevo solo quattordici anni mio padre venne a mancare e devo dire che da quel momento in poi, per me e i miei fratelli, tutto fu più difficile. Mia madre allora era molto giovane e, vuoi la sua inesperienza, vuoi il suo carattere particolarmente apprensivo, fatto sta che ci fece vivere in un ambiente piuttosto ovattato”.

Tutto ciò ebbe inevitabilmente delle ripercussioni sulle vite della famiglia e per ammissione della stessa Grazia Carminucci: “Vivevo con diffidenza le cose del mondo esterno, ero in un certo senso impreparata ad affrontarle e quindi nel ‘69, finita la scuola, andai a lavorare – cioè a disegnare – presso lo studio di un conosciuto architetto della città. Dopo quella esperienza , nei primi anni Settanta, aprii una piccola galleria in via XX settembre”.

Grazia Carminucci è una signora alta, capelli neri su orecchini colorati, dai modi gentili ed esprime una calma contagiosa. Immagino che tipo affascinante potesse essere a vent’anni e quanto potesse questo influenzare i suoi incontri e le sue chances.
“La mia piccola galleria era un punto di riferimento per gli appassionati d’arte della zona anche perché organizzavo mostre di artisti famosi come Joan Miró, Antonio Zancanaro, Renato Guttuso. Alcuni galleristi si interessarono a me e ai miei lavori. Alcuni promisero di aiutarmi a farmi conoscere nell’ambiente. Ma avevo paura che qualcuno avesse secondi fini, per questo ho rinunciato ad un percorso più facile di guadagno: perché non mi sentivo sicura né tranquilla”.

Hai comunque fatto delle interessanti esperienze utili per cogliere successive opportunità.
“Sì, ho conosciuto Giancarlo che sarebbe diventato poi mio marito. Andammo sùbito a vivere insieme e fu la prima cosa anticonformista che feci. In quel momento scoprii che la mia passione per i figli era più forte e più importante rispetto a quella per la pittura. Ci trasferimmo poi in campagna dove nonostante l’orto, le galline e qualche coniglio non eravamo autosufficienti: occorreva sempre fare la spesa, ma grazie a mio marito il frigorifero non era mai vuoto”.

Come credo càpiti a molti, le passioni e i sogni dei diciott’anni devono fare i conti, ad un certo punto, con le prove e le scelte che la vita ci pone davanti. Solo alcuni riescono a proseguire nell’intento e tra loro pochi ce la fanno davvero. Ancora meno sono coloro che riescono a far riesplodere l’entusiasmo e a riuscire nell’impresa dopo vent’anni di sospensione. L’esperienza di Grazia Carminucci mi sembra che dimostri proprio questo: “Piuttosto che lavare i piatti avrei voluto dipingere, è logico. In compenso però ho trasmesso ai miei figli l’amore per l’arte, anche grazie all’attività di pittore che mio marito non ha mai abbandonato”.

I figli della maestra Carminucci sono stati tutti segnati dall’arte: Elia, il primogenito, è scultore, il secondo, Barnaba, pittore e illustratore. Anche la prima figlia Rebecca è una talentuosa pittrice e la minore, Rachele, che “sembrerebbe non avere entusiasmo per la pittura, dimostra invece delle grandissime capacità”: parola di mamma.

Domando a Grazia Carminucci come ami esprimersi quando non è impegnata nei lavori su commissione.
“Ho idealizzato la tecnica dell’iperrealismo e cerco di rendere le tele meno fredde della fotografia. Tento sempre di trasmettere all’osservatore la sensazione del manufatto”.

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