SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Madre romana, padre sambenedettese, Pierluigi Camiscioni è del ‘53, un passato da sportivo, un presente da imprenditore con una parentesi nel mondo del cinema. Anche Wikipedia gli dedica una pagina.
 Conoscevo Camiscioni di vista per averlo incrociato più volte a San Benedetto seduto al caffè del centro o in sella alla sua Harley bianca sul lungomare. Sapevo che aveva giocato a rugby, che aveva recitato nel cinema e che aveva aperto un ristorante. Niente di più.

Pierluigi è vissuto nella capitale fino ai 16 anni: qui ha mosso i primi passi nelle giovanili della Lazio.
“Poi mi sono trasferito in Inghilterra, a Cambridge, per studiare l’inglese e ho cominciato a giocare con il Cambridge City. A diciotto anni, giocai qualche partita anche con la squadra della Cambridge University. A diciannove, tornai in Italia e feci il soldato a Napoli presso il centro sportivo dell’esercito, nel rugby”.

Camiscioni mi incontra nel suo loft al centro di San Benedetto e si racconta seduto su una poltrona rossa in pelle suggendo veloci sigarette, ma tiene sguardo fisso al televisore dove viene trasmessa una imperdibile partita di rugby.

“È stato durante quel periodo che ho cominciato a giocare nella nazionale italiana under 21 e under 23. Poi un mio commilitone, Zingarelli, mi condusse a L’Aquila, dove si giocava seriamente”.

“L’Aquila, ai tempi, era una squadra fortissima. Dopo un mese di permanenza in città fui convocato per giocare in Nazionale ed ho esordito in una competizione contro la Francia. Da lì è partita la mia carriera: tre anni a L’Aquila, uno a Milano, sei a Roma con l’Algida e poi gli ultimi tre a L’Aquila dove vinsi due scudetti consecutivi nei campionati 1980/81 e 1981/82” ricorda Camiscioni.

 “Altre soddisfazioni sono arrivate quando sono stato selezionato per giocare con le Zebre, praticamente una selezione dei migliori giocatori di serie A, attiva dal 1973 al 1996. Con la Nazionale italiana sono arrivato secondo in Coppa Europa alle spalle della Francia e per questo sono stato poi insignito dal Coni dell’onorificenza di Cavaliere dello sport, anche se all’epoca nessuno dei rugbisti era professionista e tutti si mantenevano con altri lavori”.

Che lavoro facevi?
“La questione è curiosa – attacca con la sua voce profonda – quando mi fu proposto di giocare a L’Aquila chiesi il permesso a mio padre il quale mi domandò preoccupato: ‘Ti pagheranno?’. Mentii e raccontai che avrei percepito una paga. Invece la squadra mi garantiva solo vitto e alloggio e dunque dovetti trovarmi un lavoro: scaricavo legna e carbone, ho fatto anche l’assicuratore. Guadagnavo centomila lire a settimana. I miei compagni mi vedevano con una carta da cento in mano ma non sapevano del mio lavoro, mi sfottevano dicendomi ‘Beato te che sei figlio di papà’…”

Tuo padre era persona conosciutissima
.
“Per tutti era zio Marcello, è stato sempre un esempio e mi ha insegnato che nella vita devi costruirti un’alternativa”.

È stato anche un appassionatissimo tifoso della Samb.
“Sì, sfegatato. Una volta, impegnato per una finale scudetto a Parma – giocavo con L’Aquila – si presentò papà. Io rimasi sorpreso che finalmente si fosse deciso a venire a vedere una partita di rugby e candidamente glielo dissi. Effettivamente l’occasione era importante e imperdibile: pensa che i nostri tifosi erano circa diecimila. Ma lui mi rispose che era venuto solo per un saluto, andava di fretta poiché quello stesso giorno la Samb disputava una partita lì vicino e non poteva certo mancare. Rimasi come un baccalà. Eppure era molto fiero di me. Non lo diceva ma io lo capivo. Si vantava di me con gli amici ma non mi ha mai elogiato in pubblico. Gliene sarò sempre grato”.

“Da lui ho ereditato in pieno la socievolezza e l’essere amichevole con tutti – ricorda Pierluigi – mio padre e i suoi quattro fratelli erano tutti ristoratori e albergatori. A San Benedetto mio nonno aprì il primo albergo nel 1920: l’hotel Progresso. Quanto a me, all’inizio aprii un negozio di abbigliamento sportivo in via Monfalcone assieme a Nicola Troli, ex giocatore della Samb, si chiamava Cocalo’s e divenne frequentatissimo, un punto di riferimento in Italia per gli articoli che trattavamo”.

Quando hai cominciato con la ristorazione?
“Terminata la carriera sportiva, era il 1990, mi trasferii nuovamente a Roma dove, dalle parti di via Veneto, aprii un ristorante che si chiamava San Benedetto: ebbe un bel successo. Lo gestii fino al ‘95 quando ricevetti una proposta niente male: unirmi all’equipe di Bud Spencer per girare una serie di pellicole per la Rai”.

Come accadde?
“Mi allenavo a rugby con il figlio di Bud Spencer il quale vedendomi giocare mi volle con sé: probabilmente notò una qualche somiglianza con lui e gli ricordai i suoi trascorsi sportivi. Fatto sta che girammo otto film per la serie ‘Noi siamo angeli’ nella Repubblica di Costa Rica. Le riprese durarono un anno circa. Poi ci trasferimmo a Miami, negli Stati Uniti d’America, dove girammo per altri sei mesi altri film”.

Perdona l’impertinenza, ma che ci fa un ristoratore ex giocatore di rugby in mezzo ad una troupe cinematografica?
“Facevo l’attore ma anche lo stuntman. Erano film d’azione e servivano delle doti fisiche particolari: in molte parti ho sostituito Bud Spencer. Poi non fu una storia tutta americana. Guarda che ho perseverato. Infatti anche in Italia ho girato qualche altro film e una fiction per la Rai con Mara Venier”.

Poi basta?
“Sì, è stata un’avventura di due anni, ma il mondo del cinema è un ambiente che non fa per me. Sono tornato qui e ho aperto un locale su una bellissima terrazza del lungomare a Grottammare. Un’esperienza bella, durata cinque anni”.

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